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Come informa Istat, a giugno 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,1% (-22 mila) rispetto al mese precedente. Il tasso di occupazione, pari al 55,8%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Rispetto a giugno 2014, l’occupazione è in calo dello 0,2% (-40 mila), mentre il tasso di occupazione rimane invariato. Non c’è moltissimo da analizzare, nel senso che l’evidenza è palmare: il mercato italiano del lavoro è del tutto fermo. Meno statica è la propaganda governativa, come noto.

Segnatevi anche questa, a futura memoria. A noi il dubbio resta: è sprovveduto candore o normale cinismo politico? Spoiler: ovviamente, alla “nuova sanità” efficiente ed efficientata serviranno ben pochi fondi, diciamo.

Nei prossimi cinque anni, però, dalla Sanità dovranno arrivare 10 miliardi. La protesta è su questo punto
«Ma quelli non sono tagli. Sono soldi che vanno risparmiati nella Sanità ma che nella Sanità andranno reinvestiti, per rispondere alle nuove esigenze, come l’invecchiamento della popolazione, l’accesso ai nuovi farmaci, lo sblocco del turn over. È proprio la filosofia del patto della salute, approvato dalle Regioni il 2 luglio»

Per tagliare le tasse, però, il governo ha bisogno di 35 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Non c’è il rischio che almeno una parte dei risparmi vengano usati per questo?
«Dobbiamo ragionare al contrario. Di quanti soldi abbiamo bisogno per garantire una sanità più efficiente e più aderente ai nuovi bisogni? Se servono dieci miliardi ce li teniamo tutti. Se avanza qualcosa, quel qualcosa può essere usato per altro»

(Beatrice Lorenzin, intervistata da Lorenzo Salvia sul Corriere, 29 luglio 2015)

Ehi, ma perché non averci pensato prima? Avremmo risolto alla radice i problemi di funding del nostro sistema sanitario nazionale. Più tagli, più spendi. E vissero tutti felici e contenti.

Poiché il nostro premier non perde occasione per ricordarci quanto è stato bravo ed efficace a far “ripartire l’Italia”, malgrado torme di gufi e portasfiga assortiti che intralciano la sua opera con i loro sabba e le loro macumbe, mentre rigetta sdegnato le constatazioni secondo cui la ripresina italiana sarebbe esclusivo frutto di una irripetibile congiuntura esterna, oggi vi omaggiamo di una nota di ricerca che tenta di quantificare la misura di questo “bonus esogeno”. Più precisamente, ci presenta un controfattuale: di quanto sarebbe stata la crescita nei paesi dell’Eurozona se non vi fossero stati deprezzamento dell’euro e crollo del greggio?

Ma secondo voi, per quale diavolo di motivo il presidente della Commissione Industria, Commercio, Turismo del Senato, Massimo Mucchetti, deve uscirsene con una frase del genere?

“Per esempio, bisogna evitare che Magneti Marelli diventi preda di qualche fondo di private equity”, afferma Mucchetti, ventilando un possibile intervento del Fondo in soccorso del produttore di componentistica di cui Fiat Chrsyler sta valutando la cessione.

Ed al contempo invocare l’intervento pubblico nella filiera dell’auto “moltiplicatore di occupazione e di valore aggiunto e tecnologico”? Un mistero.

Nel grande stagno della politica italiana, quello che bagna la nostra foresta di parole pietrificate, c’è un topos ricorrente, che carsicamente affiora ad illudere le folle e sovraeccitare i retroscenisti dei nostri giornali. Edificato sul piedistallo che recita “pagare tutti, pagare meno” (sinché sindacato e social-termiti non ci separino), parliamo del mitologico “fondo per la riduzione delle tasse”. Il grande collettore della giustizia sociale e di minori tasse, le lenzuola a cui gli italiani stanno impiccandosi nei loro sogni, un attimo prima del duro risveglio fatto di nuove tasse.

Affascinante racconto dell’ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, circa il “piano B” che la Grecia avrebbe dovuto apprestare per resistere alla “aggressiva azione” della Banca centrale europea, quella che lo stesso Varoufakis ha definito “asfissia monetaria”, cioè le restrizioni imposte dall’Eurotower alla banca centrale greca nell’ambito della fornitura di liquidità di emergenza alle banche commerciali greche (ELA), alle prese con deflussi massivi di depositi per mano dei risparmiatori spaventati dall’ipotesi di ritorno alla dracma e/o di bail-in dei propri depositi. Diciamo che l’idea di Varoufakis era nel complesso razionale, il problema sta nella implementazione e nella presenza di mandato popolare dietro la medesima.

di Luigi Oliveri*

Egregio Titolare,

in effetti, la sentenza della Corte costituzionale 178/2015 appare un’arrampicata sugli specchi di difficile comprensione. La motivazione della sentenza lascia comprendere che è legittimo che il legislatore, in una situazione di particolare emergenza economica, possa attivare politiche appunto economiche tali da incidere su una voce della spesa pubblica di quasi il 20% del totale, al fine di contenerle. La sentenza spiega anche che tali misure possano avere una durata corrispondente al triennio caratterizzante tutti gli strumenti di bilancio e programmazione finanziaria e perfino superiore al triennio, se la contingenza e l’emergenza lo richiedano.

  • Matteo Renzi estrae dal cilindro un coniglio spelacchiato quasi quanto il cuoio capelluto del suo antenato Silvio: l’azzeramento dell’imposizione fiscale sulla prima casa. Dove sono le coperture? Temiamo in un universo parallelo;
  • Si conferma che l’Italia è paese densamente popolato di gemelli e pure intelligentissimi, perché notoriamente solo i cretini non cambiano mai idea;
  • Dopo la fragorosa capitolazione (alla realtà, prima che ai creditori) del mal consigliato Alexis Tsipras, gli urlatori di casa nostra decidono di andare all-in e di proporre agli italiani di spararsi patriotticamente su piedi ed altre parti anatomiche;
  • C’è comunque da dire che su molti nostri connazionali l’euro e le sue criticità fanno lo stesso effetto che sniffare trielina;
  • Quanto vale, in soldini e soldoni, la sicurezza occupazionale dei dipendenti pubblici? Ah, saperlo;
  • Sempre a proposito di Grecia, attendiamo l’ennesima conferma che le “riforme”, quando l’acqua scarseggia e la papera non galleggia, sono controproducenti, anche quando colpiscono rendite parassitarie;
  • In Brasile, sinistri scricchiolii sotto le terga della sinistra;
  •  In Cina la crisi inizia a mordere, Putin rischia di sgonfiarsi;

Ieri abbiamo conosciuto le motivazioni in base alle quali la Consulta ha decretato illegittimo il blocco per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali dei contratti pubblici. Tre milioni di dipendenti pubblici, dopo sei lunghi anni, potranno tornare a vedere aumenti retributivi in busta paga. In linea di massima è giusto così, perché i governi che si sono succeduti in questi anni hanno usato le retribuzioni del settore pubblico come un bancomat. Uno dei tanti, a dire il vero: basti pensare alle imposte immobiliari (non solo sulla prima casa), ed al taglieggio propagandistico attuato soprattutto dal governo Renzi sui frutti del risparmio. Ma non tutto suona benissimo, a lume di realtà prima che di logica, nella vicenda che ha portato a questa sentenza della Consulta.

Poiché la funzione di reazione dei nostri partiti e movimenti è quella di produrre onde nello stagno, soprattutto in estate, quando il calore rincitrullisce ulteriormente un’opinione pubblica che mediamente è già di suo assai poco sveglia durante il resto dell’anno, che c’è di meglio di una bella sbraitata con bava alla bocca di ordinanza contro l’euro ed i tedeschi? Detto, fatto.

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