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Sulla edizione internazionale dello Spiegel online, un interessante articolo sugli espedienti contabili che la Grecia avrebbe utilizzato nel corso degli anni per occultare il proprio indebitamento. Con l’aiuto di Goldman Sachs (e di altre banche d’investimento, riteniamo), il Tesoro greco avrebbe realizzato operazioni di cross currency swap, con l’accensione di debito in dollari e yen la sua immediata conversione in euro, predeterminando il rapporto di cambio di chiusura dell’operazione.
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Su Chicago Blog, Serena Sileoni spiega perché le associazioni di consumatori dovrebbero sostenersi solo con i proventi del tesseramento e con altre erogazioni volontarie dei cittadini, come il 5 per mille, e non ricevere fondi rivenienti dalle multe comminate dall’Antitrust o da altre fonti pubbliche, che creano pesanti conflitti d’interesse e cooptazione di associazioni private da parte dello stato. Il problema è sempre quello: come creare un sistema liberale di sussidiarietà vera e non di stato, con organismi sostenuti volontariamente dai cittadini, e non da un meccanismo perverso di erogazioni pubbliche, spesso “a leva”, come nel caso dei rimborsi elettorali. E anche dell’otto per mille, a dirla tutta.
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Pare che le banche elleniche abbiano venduto protezione sul rischio sovrano del loro paese. In base al contratto di credit default swap, in caso si verifichi un default il compratore di protezione ha il diritto di consegnare al venditore i titoli che rappresentano la reference entity della protezione acquistata (nel caso di specie, titoli di stato greci), ed il venditore di protezione li deve acquistare al loro prezzo pieno. Ciò significa che, se la Grecia dovesse effettivamente andare in default, le banche greche dovrebbero mettere mano al portafoglio per portarsi a casa a valore nominale titoli di stato di Atene svalutati.
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