Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Coerenza

in Economia & Mercato/Italia

Sull’Unità Online un mirabile esempio di cerchiobottismo ideologico. Dapprima un articolo sull’immigrazione clandestina e le questioni poste dalla sua gestione. L’incipit è già di alto profilo: “Intanto in Italia e in Spagna il dibattito si accende su come liberalizzare l’ingresso dei lavoratori immigrati nell’Europa in recessione.” Per nulla impressionato dalla lieve incoerenza dell’enunciato, l’articolista prosegue: “C’è il ministro Castelli che con la Lega continua a invocare la linea dura: i cannoni a presidiare le coste. C’è però il nuovo presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che chiede a nome degli industriali di aprire maggiormente le maglie degli ingressi per consentire l’arrivo di manodopera e riavviare la produzione di beni e servizi, magari contenendo i costi, dall’agricoltura al tessile, dal cuoio al legno”. Addirittura, viene citata ad esempio l’odiata America:

“Forse c’è bisogno di passare dalla delocalizzazione delle fabbriche e dei capitali che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni di economia globalizzata, ad un nuovo impulso produttivo più europeo se non nazionale, per vincere la recessione e la concorrenza con l’America, e rifinanziare il Welfare del Vecchio Continente”.

Quindi l’articolo si legge così: la Lega, degna erede dei teorici dell’arianesimo e della pulizia etnica, vuole cannoneggiare le imbarcazioni dei “migranti”, definiti così, con un termine di ampia suggestione biblica, secondo il canone del politicamente e vaticanamente corretto,mentre il nuovo idolo della sinistra, LCdM, l’esponente charmant dei poteri forti, vuole nuovi ingressi “per riavviare la produzione” (sic), “magari contenendo i costi” (ri-sic). Dunque, secondo i Colombo-boys, la produzione di beni e servizi è in correlazione diretta con la quantità di manodopera utilizzata, concetto old fashion di stretta osservanza marxista, peraltro non più valido neppure in India o Cina. Quindi occorre cambiare la globalizzazione, non più delocalizzare e creare le condizioni di sviluppo nei paesi del terzo mondo, ma portarsi direttamente a casa il terzo mondo, in un bizzarro movimento tolemaico. Ma dove l’ipocrisia raggiunge l’apice è nella frase successiva, sussurrata a mezza voce. L’aumento dell’offerta di lavoro provocata dall’inserimento di manodopera extracomunitaria visto come auspicabile calmiere del costo del lavoro. Ma perché ciò dovrebbe avvenire? Forse perché gli extracomunitari si “accontentano” di vivere in tuguri fatiscenti, e le loro spese per la produzione del reddito sono infime? Non è questa una nuova forma di razzismo? E come reagirebbero gli italiani, di fronte ad un “dumping sociale” di tale portata? Ma questi sono dettagli. In un altro articolo, l’Unità si sofferma sulla nuova tendenza europea (tedesca, in particolare) all’allungamento dell’orario di lavoro a retribuzione invariata, visto come tentativo di conservare i livelli occupazionali a fronte della pressione alla delocalizzazione, soprattutto all’est, dove il costo del lavoro è una frazione di quello dell’Europa dell’ovest. L’Unità freme di sdegno, parla di “restaurazione” sul lavoro, di diritti negati, dimenticando che l’indiscriminata immissione di forza lavoro dall’esterno produrrebbe più o meno lo stesso effetto, con l’aggravante di una verosimile esplosione del sommerso, con buona pace dei diritti tanto strombazzati. La coerenza non è di casa, a sinistra, in questo momento. Speriamo in una pronta guarigione da questa malattia infantile dell’antiberlusconismo ossessivo, che dovrebbe trovare spazio nel ricchissimo manuale sulle psicopatologie ideologiche.

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