Andrà molto peggio, prima di andare meglio

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La riforma federalista della Costituzione, in votazione alla Camera in questi giorni, suscita l’ennesima reazione sdegnata del centrosinistra, che afferma che la devolution alle autonomie locali di competenze quali scuola, sanità e polizia produrrà non meglio precisate devastazioni economiche e sociali. Spicca, negli ormai abituali sismi di sdegno, il guru dell’Appennino, il professor Prodi, che a meno di un mese dal “rientro” ufficiale a tempo pieno nella politica italiana, è già alle prese con la congenita tendenza ulivista a sgranocchiare idee e leader come abitualmente si fa al cinema con il popcorn. Logorato dall’assalto neocentrista di Rutelli, privo di un reale retroterra partitico, essendogli ormai stata scippata la Margherita, il buon Prodi reagisce come sa fare: convocando convegni, seminari, gruppi di autocoscienza e sedute spiritiche durante i quali pontifica e lancia anatemi a destra e a manca. Persa l’opportunità di ricevere un’investitura messianica popolare attraverso il fumoso rito tribale delle elezioni primarie e bypassare brillantemente il carrozzone partitico che lo tiene ostaggio, Prodi incassa quotidianamente gli ipocriti sperticati elogi di Rutelli (ormai diventato un democristianone 24 carati) e quelli più sinceri ma politicamente frastornati di Piero Fassino, mentre il questurino Di Pietro, accantonata la strana alleanza con Occhetto, continua a mendicare di essere accolto nell’Ulivo, per fare compagnia tra gli altri all’ectoplasma rappresentato dai “Repubblicani Europei” (??) di tal Luciana Sbarbati, che crediamo essere un’invenzione dei giornali e non un’entità realmente esistente. Ormai lontanissimi i giorni del “trionfo” alle elezioni europee, quando i Santoro e le Gruber ci spiegavano come ci avrebbero portato fuori dal pantano iracheno e continuavano invece a non spiegarci in quale gruppo parlamentare a Strasburgo si sarebbero seduti gli eletti di un listone privo di un qualsivoglia collante politico e programmatico che non fosse l’odio per Berlusconi. Perfino la torrenziale loquacità della signora Gruber e dei suoi zainetti firmati (che costavano quanto un intero guardaroba di Fassino) è improvvisamente ammutolita, come si può sperimentare osservando la triste home page del suo sito, così querulo negli scorsi mesi e così “under construction” oggi. L’Ulivo trova nuova linfa pugnace proprio dalla riforma della Costituzione, minacciando referendum, gridando allo stupro costituzionale (as usual) e preconizzando devastazioni epocali. La abituale, “piccola” dimenticanza dei nostri illuminati statisti di opposizione risiede nel non essersi ricordati che, negli ultimi giorni della scorsa legislatura, la coalizione di centrosinistra allora al governo riuscì a cambiare, a colpi di maggioranza semplice, l’intero Titolo V della Costituzione, farneticando di non meglio precisate “responsabilità di governo”. Oggi, tre anni dopo, abbiamo sentito qualche ipocrita autocritica di quel colpo di mano. Ma in fondo è uno schema mentale collaudato: ci si pente delle malefatte politiche a distanza di alcuni anni o decenni. Un po’ come l’ex Unione Sovietica al momento della riabilitazione di Sakharov ed altri dissidenti, resi nel frattempo malfermi dal tempo e dalle sofferenze.

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