Un italiano a Parigi

by MG on January 11, 2007

in Contributi esterni, Esteri, Italia

di MG*

Da qualche mese mi sono trasferito a Parigi per lavorare. Vita nuova, aria nuova, devo dire che ne avevo bisogno.
La Francia, anzi Parigi, sembra molto vicina all’Italia, chiamiamo i francesi “cugini” mica per caso. E in molti casi, la vicinanza culturale tra noi è evidente, soprattutto se si ha avuto l’occasione di vedere da vicino altri paesi europei. Allo stesso tempo l’Italia, vista da fuori, anche se non da lontano, appare come un paese bello ma disgraziato, affascinante ma inaffidabile. E la Francia, sia chiaro, non è la California.

Lesson one: la burocrazia. In Francia è una vera e propria industria, assorbe milioni di persone. Qualunque passaggio della vita richiede un modulo, un documento, una firma. E qui non ho sentito parlare di autocertificazione. Le procedure di assunzione sono onerose anche per lo standard italiano: porti un sacco di documenti al tuo datore di lavoro, poi li ripeti per il fondo pensione o per l’assistenza sanitaria cui il tuo stesso datore di lavoro ti ha iscritto. Tutto viene gestito per posta, peraltro efficientissima: per posta ti chiedono di provare che non sei parente del tuo datore di lavoro (che nel mio caso è una società quotata in Borsa…), per posta rispondi che non sei parente di una persona giuridica. Qui “sans papier” non è solo un’astrazione per definire gli irregolari, ma la constatazione che il loro status gli impedisce di avere i documenti per alimentare correttamente il percorso attrraverso il lavoro, la sanità, la scuola.

La cosa che più lascia perplessi è che questa febbre da “overdocumentation” permea non solo la pubblica amministrazione o i contratti privati pesantemente normati dalla legge, ma anche i semplici rapporti quotidiani: per avere l’abbonamento per il telefono cellulare devi presentare tre bollette della luce in aggiunta al documento d’identità (ovvio) ed alle tue coordinate bancarie (naturale). E lo fanno anche con i francesi. Anche il tassista, quando scrive la ricevuta, la fa in duplice copia, una per il cliente e una per sè.

Qualche volta si entra in un loop, un circolo vizioso: non puoi avere una casa in affitto se non hai un lavoro, non puoi avere un lavoro se non hai un conto in banca per l’accredito dello stipendio, non puoi avere un conto in banca se non hai una casa cui farti inviare la corrispondenza. Non più tardi di ieri ho mandato un documento all’assicurazione in cui, nella parte superiore del modulo, richiedevo di addebitare il mio conto corrente per i necessari pagamenti assicurativi, indicando tutti gli estremi miei e del conto, mentre nella parte inferiore dello stesso modulo autorizzavo l’addebito che io stesso avevo appena richiesto sullo stesso foglio appena pochi centimetri più in alto, indicando di nuovo gli stessi dati. Per maggiore sicurezza ho dovuto allegare un documento della banca che diceva che il conto che io avevo indicato era proprio il mio.

Nessuno lo fa per cattiveria, e devo dire che il meccanismo funziona abbastanza, se non altro nella mia limitata esperienza.
Un esempio vale mille parole. Tra i documenti per l’assunzione bisogna portare una sorta di “casellario giudiziale” che raccoglie le eventuali condanne presso i tribunali francesi: in quanto non francese, l’ho dovuto chiedere per fax e mi è arrivato a casa in Italia per posta dopo 4 giorni, ma se fossi stato francese avrei potuto chiederlo via internet e riceverlo nel giro di 24-36 ore, sempre per posta. Ed alla faccia del “piccolo è bello”, tutta questa attività è svolta da parecchi anni a Lione, dove tutti gli archivi giudiziari nazionali sono conservati. Immaginate voi i casellari giudiziari di tutti gli italiani gestiti in modo centrale da un unico dipartimento posto a Firenze o a Napoli o a Torino. Neanche nel nostro peggiore incubo.

La regolamentazione del lavoro è seria e severa: il lavoratore dipendente ha diritti ampi e ramificati, può scindere contratti d’affitto o utenze se licenziato o trasferito con buona pace del padrone di casa, ha diritto al rimborso parziale delle spese sopportate per recarsi al lavoro (baby sitter compresa) e, soprattutto, ha diritto ad un’enormità di giorni di ferie. Infatti, ogni lavoratore, a seconda della categoria di appartenenza, non può essere obbligato a lavorare più di un certo numero di ore alla settimana (le famose 35 ore) o di giorni all’anno. Nel mio caso sono 209 giorni all’anno. Ovviamente, questo è un limite teorico, moltissimi superano tali limiti, ma buona parte delle ore o dei giorni lavorati in eccesso possono essere accantonati in un “conto” che può essere a sua volta monetizzato o utilizzato per portare avanti un progetto personale, un viaggio o altro. La logica, ammirevole secondo me, riconosce che il tempo sia la risorsa più preziosa e quindi deve essere data al lavoratore la possibilità di accumulare giorni che potranno essere utlizzati per fare un master o un viaggio o, nel caso degli immigrati da paesi molto lontani, per potere tornare a trovare la famiglia d’origine. Il sistema è costoso, complesso nella sua regolamentazione, ma ammiro comunque lo sforzo di una nazione che, per una volta, si occupa di migliorare la qualità della vita della persona agendo sul parametro più prezioso perchè non surrogabile nè trasferibile, il tempo.

Ovviamente in Francia i sindacati sono importanti, capillari e, come da noi, tendono alla difesa dello “status quo”. Ci mancherebbe altro: qui lo Stato è madre e padre, magari è farraginoso riuscire ad andare sotto la sua protezione, ma una volta raggiunta si è accolti da un sistema sociale e normativo di alto comfort. E sbagliavano coloro che un anno fa paragonavano al Sessantotto le proteste dei giovani francesi contro una proposta di legge sulla flessibilità del lavoro giovanile: in quegli anni, scendevano in piazza perchè volevano cambiare il mondo che i loro genitori avevano costruito, oggi fanno lo stesso perchè vogliono avere dallo stato le stesse cose che hanno avuto i loro padri e le loro madri.

Insomma, lo Stato burocratico e sociale costa, ma almeno consegna qualche risultato, e lo stesso si può dire delle infrastrutture, che sono semplicemente ma-gni-fi-che.
La grandeur francese, che una volta si materializzava in un apparato militare muscoloso utilizzato in guerre coloniali e non, oggi si vede nelle splendide infrastrutture che il politico consegna al cittadino per soddisfare ed alimentare l’orgoglio di entrambi. Anche la presenza dello Stato nell’economia, entro certi limiti, rappresenta la traslazione nel mondo moderno delle antiche mire espansionistiche che, da Re Sole in poi, non hanno mai abbandonato la Francia: se non posso più mandare i miei soldati, allora mando le mie imprese, e se tu provi ad invadere il mio mercato, io te lo impedisco così come impedirei un’invasione militare. Ovviamente non è tutto qui, il potere che viene insieme agli affari è di gran lunga la causa più importante, genera consensi e stimola pesanti meccanismi lobbistici, tutto il meccanismo è implicitamente fragile e deve essere protetto da fattori esogeni indipendenti. Però devo riconoscere che la grandeur, se non altro, porta con se dei risultati non disprezzabili in alcuni aspetti della vita sociale.

Ad esempio, a Parigi la metropolitana è splendida e le hanno affiancato da decenni una sorta di treno veloce (RER) che la attraversa in pochi minuti e la collega con la regione circostante. Qui hanno avuto un’idea geniale: in corrispondenza dell’aereporto “Charles de Gaulle” di Parigi hanno costruito, udite udite, una stazione dei treni ad alta velocità. Così si scende dall’aereo, si ritirano i bagagli, che talvolta arrivano ai nastri prima dei loro proprietari, e si prende il treno per andare ovunque. Quando penso alla Malpensa, monumento alla stupidità della classe dirigente italiana, mi viene da piangere.

Ovviamente il sistema costa, e parecchio. Grandeur, burocrazia ed aiuti di Stato sono finanziati con una pressione fiscale importante. Il sisterma tributario è severo, e non potrebbe essere altrimenti vista la necessità di finanziare tutta la macchina pubblica. Il consiglio di un amico tributarista è stato: “Non sbagliare la dichiarazione dei redditi, perchè con il fisco francese non discuti, non patteggi: quelli se ti prendono, e ti prendono, non hanno pietà”. Altro che condoni e ravvedimenti operosi, qui il sistema è diverso: le tasse, che ogni lavoratore calcola e paga autonomamente tramite il sito internet del ministero dell finanze (alla fonte prelevano solo i contributi sociali), devono essere pagate ed il sistema di controllo è necessariamente preciso e severo per garantire allo Stato le risorse per finanziare quanto descritto sopra. Punto. E il ragionamento è semplice: ci sono delle regole, un patto sociale che prevede un’alta tassazione cui il contribuente sa di non potersi esimere in cambio di uno stato sociale generoso. La precisione vale anche per lo stato: ad un’amica che ha pagato per sbaglio un importo maggiore del dovuto, il fiscoa ha restituito in due settimane la somma in eccesso tramite un semplice accredito in banca.

Mi sono perfettamente chiare le conseguenze della pressione fiscale, non voglio fare della Francia socialista un esempio di perfezione ma, vista dall’Italia, la Francia appare come uno stato assistenziale abbastanza ben riuscito. Costoso, probabilmente non più sostenibile, ma riuscito.

L’Italia ha i costi di un paese socialista ma l’etica ed i servizi di una repubblica delle banane, mentre la Francia per un po’ è riuscita a percorrere, tra mille contraddizioni e sotterfugi, lo stretto sentiero del sistema simil-socialista finanziato da un’economia capitalista. Ripeto, non sono tutte anime candide, il meccanismo dello stato che crea consenso tramite la spesa pubblica qui è molto chiaro. Però qualche risultato l’ha prodotto, in Italia neppure quello.

Una delle cose che più mi fa incazzare è il fatto che coloro che in Italia da destra criticano il “sistema socialista” francese, fatto di alte tasse e poca concorrenza, sono poi gli stessi che incensano Berlusconi come se fosse un paladino del liberismo, della concorrenza e del rispetto delle regole, mentre quelli che da sinistra ne lodano la protezione sociale sono gli stessi che fanno finta di non vederne i costi e le pesanti conseguenze, sperando forse che, in tutto il rumore che fanno, non si noti la loro colpevolezza per avere costruito e difeso in Italia un sistema ingiusto ed insostenibile.

Morale: le regole ed il loro rispetto fanno la differenza tra Italia e Francia. Pur avendo seguito cammini diversi, entrambi i paesi condividono la stessa abitudine culturale ad un stato che aiuta, protegge ed assiste, in entrambi i paesi il sistema economico è avvezzo alla presenza anche ingombrante dello stato, in entrambi i paesi il piacere di vivere è al centro delle aspirazioni delle persone. Però in Francia è chiaro a tutti che il meccanismo può funzionare solo a fronte di regole cristalline il cui rispetto non è sintomo di stupidità ma è il necessario contributo personale al funzionamento della società. In Italia, le regole sono per i deboli e gli stupidi in quanto i forti e i furbi le ignorano o se le scrivono addosso, in Italia non vi è coscienza del bene comune al di sopra dell’individuo, ma dalla comunità si pretende sempre qualcosa, un lavoro, una strada, un ospedale.

In altre parole, tra una società iperliberista fondata sull’individuo e ed una centralizzata da socialismo reale, la Francia ha provato a percorrere una via intermedia: mi sono chiari i limiti e gli errori, conosco quanto basta le derive assistenzialiste e parassitarie che il sistema ha alimentato, so che tutto questo non può durare, ma ammiro lo spirito di égalité e di fraternité che ancora vive accanto alla liberté.

Qualcuno ha detto che i francesi sono degli italiani di cattivo umore: io dico che la Francia è l’Italia con un maggiore rispetto delle regole.

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*Con questo post inizia la collaborazione a Phastidio.net di MG, alias OttimistaInformato. Un disilluso cittadino italiano che si occupa professionalmente di finanza internazionale. Dopo aver lavorato per banche italiane ed internazionali, oggi vive e lavora a Parigi. Un ex elettore il cui motto è: “Berlusconi è la peggior cosa che potesse capitare all’Italia. Prodi la seconda”.

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