Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La fabbrica del trasformismo

in Italia

Nel disperato tentativo di galleggiare (governare è altra cosa), il governo Prodi ha iniziato una strategia lineare quanto può essere l’andatura di un ubriaco alla ricerca delle chiavi di casa in prossimità di un lampione. Ha iniziato D’Alema, parlando di “oggettiva continuità” nella gestione della missione italiana in Afghanistan da parte dell’attuale esecutivo rispetto al precedente. Per il capo della Farnesina, inoltre, mettere la fiducia sul rifinanziamento della missione afghana, sarebbe nientemeno che “un atto di ostilità” verso l’opposizione, segnatamente verso la componente centrista della medesima, a cui ampia parte della maggioranza continua a fare gli occhi dolci, sperando in nuove vocazioni folliniane. Evidentemente, il patto con gli elettori vale solo per i parlamentari del centrosinistra, mentre per quelli del centrodestra sarebbe un’optional, anche se noi restiamo rispettosi del disposto dell’articolo 67 della Costituzione, che in troppi tendono a dimenticare, anche in un paese di trasformismo patologico quale l’Italia.

Nel frattempo, Prodi confessa candidamente a Radio24 che il suo dodecalogo non ha alcuna cogenza giuridica, e rappresenta solo una forma di moral suasion o, più realisticamente, una supplica rivolta alla propria maggioranza. Prodi rimembra i bei tempi andati quando a Bruxelles, da presidente della Commissione Europea, aveva in tasca la lettera di dimissioni dei propri commissari con data in bianco. Chissà, forse oggi il premier avrebbe bisogno di una riforma costituzionale come quella approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e bocciata dagli elettori nel referendum confermativo (o più propriamente conservativo), al termine di una forsennata campagna di terrorismo psicologico da parte del centrosinistra, che preannunciava la liquefazione dell’entità statuale italiana in caso di approvazione della riforma. Una riforma imperfetta, da rivedere e correggere in Parlamento, ma pur sempre un passo avanti sulla strada della governabilità. Invece, Prodi e i suoi sodali hanno preferito gridare a quella “dittatura del premier” che negli ultimi mesi l’ineffabile Scalfari ha poi invocato a beneficio del suo adorato Professore. Valli a capire.

Oggi, Prodi ha deciso di enfatizzare il tema della riforma elettorale, dimenticando ancora una volta che la riforma elettorale del centrodestra avrebbe permesso di superare l’aberrazione tutta italiana del bicameralismo perfetto, con due camere che fanno esattamente le stesse cose, raddoppiando l’iter parlamentare delle leggi. Serviva e serve una riforma costituzionale, per abbattere la frantumazione parassitaria del sistema politico-partitico italiano. Per Prodi, invece, serve una assai più limitata “riforma elettorale”, in realtà strumentale a creare nuove camere di compensazione tra maggioranza ed opposizione, nuovi mercimoni il cui unico fine è quello di far passare il tempo, e far durare un governo che è morto il giorno stesso del suo insediamento. Non crediamo sia un caso la scomparsa, dall’ultimo programmino liofilizzato unionista, di conflitto d’interessi e riordino del sistema dell’emittenza. Un paio di giorni fa, il ministro delle Comunicazioni si è esibito in un revival della retorica dalemiana su Mediasetgrande azienda italiana“, di quelli che di solito sono prodromici alla creazione di una qualche Bicamerale. A pensar male si fa peccato.

Prodi ha poi riscoperto la necessità etica di contenere i “costi della politica”. A dire il vero, si tratta di un tema carsico, un coltellino svizzero sempre buono per fare demagogia a buon mercato. Ora il premier fa la faccia feroce, minaccia di revocare le deleghe ai sottosegretari che non si dimetteranno da parlamentari. Peccato si tratti di un’iniziativa che Prodi promette e minaccia dal giorno della moltiplicazione di pani, pesci, ministeri e sottosegretariati in modalità classicamente cencelliana, perchè “occorre contenere i costi della politica”, anche col governo più inutilmente pletorico della storia repubblicana, giusto?

Che dovrebbe fare l’attuale opposizione? Negare qualsiasi tipo di appoggio, esplicito o surrettizio, ad una maggioranza che non è tale. Prodi e (soprattutto) i suoi “danti causa” Fassino e Rutelli avrebbero potuto iniziare a fare politica il giorno successivo alle elezioni, prendendo consapevolezza dell’inesistenza di una maggioranza autosufficiente, e tentando di promuovere una Grande Coalizione per il governo dell’economia e le riforme costituzionali, per preservare e rafforzare il bipolarismo. Così non è stato, è prevalsa la retorica dell'”abbiamo la maggioranza”. Ora se la tengano, e si divertano.

 

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