Andiamo, è tempo di votare

by Editor on April 11, 2008

Grazie al cielo, la campagna elettorale è terminata. Poco di entusiasmante, a onor del vero. Quasi nulla all’altezza della gravità della condizione economica e sociale di un paese che sta declinando da almeno un decennio. In queste settimane abbiamo letto con crescente irritazione proclami e promesse. Sono parte delle regole del gioco, pare. Dei programmi economici del Partito democratico e del Popolo della Libertà abbiamo già scritto. Entrambi sono insoddisfacenti, quello del PdL in particolare. Lo schieramento guidato da Silvio Berlusconi ha accentuato la propria involuzione, già emersa nel corso della legislatura 2001-2006. Ritenere che l’interesse generale equivalga alla somma di interessi particolari è un errore strategico che condanna il paese ad un immobilismo che in realtà è declino.

Persa da tempo la carica “rivoluzionaria” che aveva contraddistinto la sua discesa in politica, Berlusconi appare ripetere stancamente e manieristicamente un copione logoro, come un vecchio attore imbolsito dalle repliche. La sua psicologia è strutturalmente incline alla ricerca del consenso, circostanza che rende poco credibili le sue “promesse” di sacrifici. In questa legislatura, inoltre, non potrà contare su un capro espiatorio “interno” come Casini, sul quale riversare le proprie recriminazioni. Inevitabilmente, si troverà a decidere se perseguire un progetto per il futuro del paese, con discontinuità epocali, soprattutto in economia, o se gestirne il declino, magari occultato dietro il fondale della polemica eclatante e mediatizzata, sotto forma dell’inevitabile “complotto della sinistra” (o dell’Unione Europea, perché no) come impedimento strutturale al governo del paese.

Nell’altro schieramento si trova un giovane-vecchio della politica italiana, che si presenta con la “novità” della rottura con la sinistra massimalista, che gli consente di rivendicare la sua diretta discendenza da due “padri nobili” del riformismo europeo come Schroeder e Blair. Vera o falsa (o meglio, definitiva o transitoria) che sia questa rupture di casa nostra, Veltroni ha meno da perdere, a patto di perdere bene, cioè di non scendere sotto una soglia critica che dovrebbe situarsi intorno al 35 per cento dei voti, per dimostrare di avere sufficiente forza di attrazione nei confronti dell’elettorato centrista e moderato. La vera partita si giocherà sul terreno dell’economia: difficile surrogare con la querelle sui libri di storia a bias marxista una eventuale crescita zero. Anzi, non è velleitario credere che da un forte rilancio economico prenderebbe l’abbrivio anche un processo di revisione dei miti e riti della nostra cultura politica, e antiche egemonie potrebbero più agevolmente essere spezzate.

Ecco perché l’economia dovrà essere la prima preoccupazione di un eventuale governo Berlusconi. Il rilancio del Mezzogiorno potrebbe rappresentare una delle pietre angolari di questo nuovo paradigma. Più crescita, meno assistenzialismo. Una terapia d’urto fatta di liberalizzazioni, forti incentivi fiscali e implacabile tutela dello stato di diritto, anche con l’utilizzo di “mezzi forti” a coadiuvare l’opera delle forze dell’ordine e della magistratura. Perché l’Italia deve diventare uno stato di diritto, a supportare la liberazione dell’iniziativa economica. Per troppo tempo questo paese ha visto la tutela dei diritti, anche di quelli di proprietà (che sono alla base del mercato) drammaticamente menomata e barattata con forme di brokeraggio politico che altro non sono che la metastatizzazione del nostro corporativismo. Lo schieramento che riuscirà a spezzare questo “pensiero unico” di conservazione predatoria diverrà il volano per rimettere il paese sul sentiero dello sviluppo, civile prima ancora che economico.

Difficile dire se Veltroni e Berlusconi posseggono le doti politiche per operare questa metamorfosi. D’acchito lo escluderemmo, ma non chiudiamo la porta: a volte le congiunzioni astrali della politica producono risultati insperati. Ci sembra tuttavia di non peccare di arroganza se affermiamo, come già fatto con Romano Prodi e la sua “vittoria” elettorale del 2006, che Berlusconi è all’ultima corsa: make it or break it. E’ vero, sono gli elettori a decidere della longevità di un leader, ma la reiterazione pedissequa delle dinamiche a cui assistiamo da un oltre decennio sarebbe la prova provata di quanto l’elettorato è artefice dei propri destini. Non propriamente luminosi, nel caso italiano.

Cosa possono e debbono fare i liberali italiani, nel frattempo? Lavorare per mantenere viva e vitale la propria elaborazione culturale, indipendentemente dallo schieramento politico a cui contingentemente appartengono. Stimolare il confronto culturale, per favorire l’emersione di nuovi paradigmi e nuove visioni del mondo, vive e vitali. Personalmente, vorremmo un centrodestra animato e popolato da persone come lei e come lui, non certo come lui o lui. Ma è parere rigorosamente personale. Nel frattempo, se qualcosa dovesse andare drammaticamente storto e la crisi economica e sociale esplodere in tutta la sua gravità, costringendo i partiti a fare un passo indietro, è confortante sapere che la Riserva della Repubblica può contare su nomi come questo.

Buon voto a tutti.

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Addendum: sempre in tema di confronti tra programmi, segnaliamo le schede realizzate da lavoce.info.

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04.11.08 at 13:02
Spanish Pundit
04.13.08 at 12:54

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