Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Vita in provincia – 3

in Esteri/Italia/Stati-Uniti

Chiunque vinca le elezioni statunitensi (e lo sapremo tra poche ore, brogli e imbrogli permettendo), si troverà a gestire un paese con una enorme inerzia negativa: due guerre in corso, la peggior crisi economica da ottant’anni. Nessuno ha la bacchetta magica, ed alcune aspettative palesemente sovradimensionate (o più propriamente messianiche, in caso di vittoria di Obama), rischiano di essere amaramente frustrate. C’è quindi motivo per ritenere che i gradi di libertà disponibili nel breve termine al vincitore saranno piuttosto esigui.

In caso di vittoria, Obama potrebbe ad esempio essere costretto a rinviare l’operazione di “diffusione della ricchezza” (espressione massimamente infelice, che in altri contesti storici avrebbe pagato a carissimo prezzo), e limitarsi a lasciare scadere, nel 2010, i tagli alle tasse attuati da GWB. In caso di vittoria del senatore di Chicago, inoltre, sarà importante verificare di quali consiglieri economici egli deciderà di avvalersi, se mainstream come Goolsbee, Furman, Rubin o Reich, o liberal eterodossi come Jamie Galbraith. Nel primo caso si otterrà la prova che Obama è soprattutto un centrista camaleontico (nel senso bill-clintoniano, e quindi migliore, del termine), disposto magari a mettere nel cassetto a tempo indeterminato parti di un programma economico piuttosto problematico; nel secondo caso si rischierebbe grosso, soprattutto in caso di ampia vittoria dei Democratici al Congresso, con maggioranza al Senato a prova di filibustering. Sarà poi interessante, sempre in caso di vittoria di Obama, verificare l’effettiva esistenza di una conservative coalition che si sarebbe coagulata in suo supporto, con i numerosi intellettuali transfughi e delusi da un GOP sempre più rancoroso, provinciale, fondamentalista e paleoconservatore.

Comunque vadano le cose, avremo molto da leggere ed altrettanto da sorridere osservando le reazioni degli spalti italiani di politici e stampa, soprattutto di quelli di centrodestra. Qui, oltre agli obamisti, abbiamo robuste frange maccainiste, spesso prone a vittimismo, cospirazionismo e maccartismo fuori tempo massimo, ritardatario e ritardato. Da un lato, ad esempio, molti dei nostri “analisti” conservatori (qualunque cosa ciò significhi) accusano Obama di aver goduto del sostegno determinante dei media (apparendo in ciò singolarmente unionisti, nell’accezione prodiana del termine), mentre a casa nostra negano da sempre vigorosamente che il controllo dei mezzi di comunicazione possa condizionare gli esiti elettorali.

Qualcuno tra loro ha ritenuto di sposare le tesi rozzamente e plasticamente impersonate da quel personaggio da presepe della Far Right che è Joe l’idraulico, che vedono Obama come una sorta di traditore socialcomunista prossimo ad avvantaggiarsi delle coscienze obnubilate degli elettori ed a ghermire l’ultimo bastione di libertà del pianeta. E’ piuttosto singolare che molti appartenenti a questa strana specie di italici conservatori siano, in patria, tra i più ferventi sostenitori dell’ex (?) socialista Giulio Tremonti, che alla Windfall Profit Tax di Obama si è ispirato (ma lui vi dirà che è successo esattamente il contrario). Insomma, grande è la confusione sotto il cielo della provincia italiana di centrodestra. Dove vi sono fiscal conservatives che proprio non riescono ad afferrare che il raddoppio dello stock di debito federale, realizzato negli anni di GWB, è il miglior viatico per trovarsi a pagare maggiori tasse, più prima che poi.

Ma come nella nostra migliore tradizione (quella della commedia dell’arte), saremo (saranno) prontissimi a correre in soccorso del vincitore. Magari trovando similitudini agiograficamente ardite, come quella che il nostro ministro degli Esteri avrebbe già individuato tra Obama e Berlusconi.

Per parte nostra, anche in caso di vittoria di Obama (che riteniamo meglio attrezzato a gestire questa fase storica rispetto ad un grande americano che è stato purtroppo tradito dal proprio temperamento prima che dalle scelte strategiche di campagna elettorale), continueremo ad avere un atteggiamento laico e a stigmatizzare (se del caso) le misure che troveremo controproducenti rispetto all’obiettivo prioritario dello stimolo alla crescita e dell’affermazione di un mercato degno di questo nome, dopo l’ubriacatura oligarchica degli ultimi anni.

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