Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Maggioranze silenziose e minoranze rumorose: il rapporto tra il Gop e i Tea Parties

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di Mario Seminerio – Libertiamo

Negli Stati Uniti, mentre il Partito Democratico si avvia mestamente verso la disfatta annunciata di midterm, i Repubblicani sono posti di fronte, probabilmente senza particolare consapevolezza, alla grande sfida di una elaborazione programmatica che possa offrire una possibilità di riscatto all’America, incamminata verso un Decennio Perduto fatto di crescita trascurabile, elevata disoccupazione, disinflazione/deflazione e mercato immobiliare in depressione.

Finora, il mantra del GOP è stato quello del rifiuto radicale dell’espansione della spesa pubblica e di misure di ulteriore sostegno federale ai conti degli stati. Parallelamente, i Repubblicani premono sulla conferma dei tagli d’imposta di George W.Bush per tutti i contribuenti, e non solo per il 97 per cento meno agiato, come invece Obama sarebbe orientato a fare. Ma il GOP è anche stretto dall’azione dei Tea Parties, di cui ambirebbe a catturare un voto tutt’altro che scontato, ma rischia di cadere vittima di alcune posizioni eccessivamente semplificate e ridotte a slogan, oltre che internamente incoerenti.

Riprodurre la “dottrina Bush”, fatta di tagli d’imposta che non si ripagano in alcun caso (non vi è mai stata una sola evidenza di ciò, negli ultimi decenni), finisce con l’alimentare un deficit strutturale dei conti pubblici, immagine speculare di quella dissolutezza fiscale di cui i Repubblicani accusano quotidianamente l’azione di Obama e del Congresso controllato dai Democratici. Né si deve dimenticare che i Repubblicani, a vario titolo, sono lo stesso soggetto politico che ha avallato politiche di ingenti sussidi energetici e agricoli, di massicci e spesso ingiustificati investimenti nella Homeland Security, ricchi contratti alla Difesa (confermati ed ampliati dall’Amministrazione Obama), pur continuando ad autodefinirsi “small government party“.

La Presidenza di G.W.Bush ha aumentato la spesa federale più di qualsiasi altro dei sei presidenti che lo hanno preceduto, incluso Lyndon B. Johnson, come ha scritto tempo addietro l’economista libertaria Veronique de Rugy. Durante gli otto anni di presidenza Bush, la retorica antigovernativa Repubblicana ed il “conservatorismo compassionevole” dell’inquilino della Casa Bianca hanno prodotto un’espansione delle dimensioni del bilancio federale del 104 per cento in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. A confronto, gli otto anni di Bill Clinton avevano visto un aumento reale di solo l’11 per cento. Nel suo secondo mandato, GWB ha aumentato la spesa discrezionale (cioè tutto quello che non è MedicareSocial Security) del 48,6 per cento. Nell’ultimo anno fiscale del suo governo, quando la crisi dei subprime era già scoppiata, Bush ha speso più di 32.000 dollari per ogni americano, a fronte dei poco più di 17.000 spesi nell’anno fiscale 2001.

Per non parlare della forte espansione dei costi del Medicare causata dalla gratuità dei prescription drugs per gli ultrasessantacinquenni, senza alcun riferimento alla capacità di reddito dei beneficiari. O ancora, si potrebbe citare la marcata propensione di Washington a dirottare imponenti sussidi agli stati. Si pensi al caso dell’Alaska, che dal 2002 ha governatori Repubblicani, e che nell’ultimo decennio è stata nei primi tre posti tra gli stati destinatari di trasferimenti federali, in termini di spesa pro-capite, nel solco della tradizione quarantennale istituita dal senatore Ted Stevens, recentemente scomparso in un incidente aereo, e che continua a trovare epigoni dalla memoria corta, come testimoniato dal fatto, che quando era sindaco di Wasilla, Sarah Palin ottenne 27 milioni di dollari di fondi federali in un quadriennio, attraverso la tecnica degli earmarks, cioè delle appropriazioni di capitoli di spesa pubblica federale.

L’altro grande punto interrogativo nella elaborazione politica Repubblicana è, come detto, il rapporto con i Tea Parties, il magmatico movimento anti-fisco che ha in sé anche un’anima fortemente isolazionista e dalle venature razziste, che propugna una singolare interpretazione “creazionista” (cioè letterale) della Costituzione americana per giustificare l’assenza di radici legali all’assicurazione federale sulla Social Security e sul Medicare. Si tratta di una evidente forzatura, ma che potrebbe porre i Repubblicani in rotta di collisione con i Tea Parties.

Altro aspetto mutuato dal movimento anti-fisco è l’accentuato nativismo, che afferma che l’immigrazione minerebbe l’identità americana, e dal quale origina anche l’ostilità verso l’Islam. Questo è il filone cospirazionista che ha prodotto quel 20 per cento di americani che, secondo i sondaggi, continua a credere che Barack Obama non sia nato negli Stati Uniti e sia pure musulmano. Come si pongono i Repubblicani verso queste posizioni? L’era del melting pot (concetto più ideale che reale) è definitivamente tramontata? I Tea Parties sono espressione di una minoranza rumorosa di fondamentalisti bianchi, cristiani, isolazionisti e razzisti, il cuneo che impedirà ai Repubblicani di riprendere il potere a Washington, oppure sono il nucleo della nuova Rivoluzione Americana?

Per ora, per il GOP è tutto facile: la colpa resta sempre e comunque di Obama. Dal giorno successivo alle elezioni di midterm occorrerà anche affrontare la realtà.

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