Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La contromanovra di Montezemolo: poteva essere peggio

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia

In queste ore i nostri genietti della manovrina stanno dannandosi l’anima con proposte e controproposte per cambiare gli interventi senza toccare i saldi, che sono l’ultimo, tenue legame tra questo disgraziato paese ed un devastante attacco speculativo. Grande è la confusione sotto il cielo della politica, come direbbe Mitraglia Mentana, quindi aspettatevi che stormi di uccelli paduli planino su di voi.

Basti pensare all’improvviso valore taumaturgico di una manovra sull’Iva, tornata d’improvvisa attualità dopo che il nostro prestigioso premier aveva cassato l’ipotesi con motivazioni nemmeno troppo disconnesse dalla realtà. Il punto è che una manovra sulle imposte indirette sarebbe servito solo nell’ipotesi di usarla per finanziare sgravi d’imposta, non per fare cassa. Ad esempio, per ridurre il cuneo fiscale a carico dei lavoratori e quello a carico dei datori di lavoro, destinando il gettito a ridurre la quota dell’Irap sul costo del lavoro. Ovviamente, questa iniziativa andava fatta all’inizio della legislatura, a mente fresca e non nel mezzo di una crisi epocale come quella che stiamo vivendo, ma non si può avere tutto, nella vita, ed il nostro prestigioso esecutivo era in altre faccende affaccendato.

Nel frattempo, si scopre che la manovra si sta gonfiando come un palloncino. Questo non ci stupisce, perché molte voci di entrata hanno ipotesi di gettito alquanto fantasiose. Ad esempio, quantificare a 1,9 miliardi di euro il gettito della tassazione delle “rendite finanziarie” (titoli di stato esclusi) è eroico, visto che le imponenti minusvalenze dei mercati finanziari creeranno enormi crediti di imposta. Ma poco male, tutto serve per fare demagogia, vero presidente Casini? Oppure si scopre che il famigerato “contributo di solidarietà” vincerà il “Premio Rifondazione comunista”, che è quello che viene assegnato al provvedimento fiscale più distorsivo negli incentivi negativi e meno produttivo di gettito, come del resto aveva candidamente ammesso lo stesso Berlusconi, giorni addietro, parlando di “fattore di giustizia”, proprio come un perfetto bertinottiano. Alla fine, non ci rimarranno che i tagli lineari su assistenza e agevolazioni fiscali, che incideranno la carne viva del paese in modo peraltro ferocemente regressivo.

Nel frattempo, è arrivata anche la contromanovra di Italia Futura, il think tank di Luca Cordero di Montezemolo. E, inopinatamente, non pare così malvagia. Ad esempio, c’è il tentativo di intervento sulla previdenza con eliminazione delle pensioni di anzianità ed elevamento dell’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni già dal 2016, destinando parte dei risparmi ad interventi compensativi (“prestiti contributivi” e gli immancabili asili nido).

E’ poi previsto il contratto di lavoro unico a protezione crescente nel tempo, altro vecchio tema “riformista”, con sussidi di disoccupazione universali e ricorso al Fondo Sociale Europeo per gestire gli eventuali maggiori oneri monetari a carico dei datori di lavoro. I proventi della lotta all’evasione dovrebbero andare a riduzione delle aliquote e non ad espansione della spesa (altro vecchio refrain, ma è solo una considerazione di buonsenso). C’è poi una patrimoniale ordinaria (cioè permanente) con aliquota dello 0,5 per cento, su patrimoni superiori ai 10 milioni di euro, con tetto d’imposta posto a 1 milione di euro. La scelta di questo intervento, che è cosa diversa dalla patrimoniale straordinaria, sarebbe coerente con la logica di tassare le cose e non le persone (sostituirebbe peraltro il “contributo di solidarietà”), ma anche con l’idea che un’aliquota d’imposta così bassa impedirebbe rilevanti deflussi di capitali mobiliari dal paese. L’idea è quella di usare aliquote che siano agevolmente contenute negli “attriti” dei costi di transazione, e questa è anche la logica di una patrimoniale ordinaria, del resto. E’ peraltro interessante la previsione di applicare questa patrimoniale anche alle immobiliari ed alle holding di partecipazione. In questo secondo caso, sembra un tentativo di fare saltare molte scatole cinesi azionarie, l’antica passione di un capitalismo di debito come quello italiano.

Vi è poi spazio anche per una manovra di contabilità creativa, di quelle che piacerebbero a Tremonti, ma che potrebbe avere una sua logica, se anche a questo tipo di manovre si deve ricorrere. Si tratta della “patrimoniale per lo Stato e gli enti locali“: definizione un po’ furbetta che prevede che parte del patrimonio immobiliare inutilizzato da Stato ed enti locali venga ceduto alla Cassa Depositi e Prestiti, ad estinzione di mutui con la stessa contratti. In tal modo, visto che la Cassa è esterna al perimetro di consolidamento dei conti pubblici, si abbatterebbe con un tratto di penna il rapporto debito-Pil di circa 6 punti percentuali. Gli immobili finirebbero in un fondo immobiliare che (si presume) dovrebbe in seguito essere ceduto sul mercato. Premesso che la Cassa DD.PP utilizza il risparmio postale degli italiani (e quindi ci vuole molta cautela), qui ci sono diversi caveat: su tutti, ad esempio, che fare di immobili in malora? E’ vero che tutto ha un prezzo, ma siamo sicuri che la Cassa sia in grado di fare l’immobiliarista? Sulla stessa falsariga, l’idea che gli enti locali indebitati cedano alla Cassa le proprie partecipazioni in società di capitali. Molto razionale, ma difficile possa avverarsi, anche se molto simile alla operazione Fintecna Immobiliare, che ha avuto anch’essa il suo quarto d’ora di popolarità.

Nel complesso, la manovra di Italia Futura, pur avendo il grande vantaggio di essere elaborata da chi non deve governare, appare più razionale di quella governativa, che pare invece continuare sulla strada di un ottuso approccio contabile che si disinteressa di limitare il danno di nuove imposte o di tentare di stimolare la crescita o riformare alcunché. Questo, che è sempre stato lo stile di gestione di Tremonti, ha ormai contagiato anche Berlusconi, che egli ne sia consapevole o meno. Quanto alla Lega, attendiamo fiduciosi che anche la componente “etnica” della sua base elettorale si decida a quel parricidio politico che appare ormai urgentissimo, se vogliamo evitare di portare il paese sugli scogli.

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