Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il centro montiano e il bipolarismo all’italiana

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Anche oggi Pierferdinando Casini canta le gesta di Mario Monti, in un innamoramento politico che ormai non trova più freni inibitori:

Il governo Monti “sta dando credibilità all’Italia non solo in termini di spread”, tanto che il Paese “sta recuperando il rispetto dei mercati finanziari. In due mesi ha affrontato questioni mai risolte prima passando dal populismo alla concretezza”. “Siamo in una fase di armistizio e pacificazione nazionale. La politica non è stata espropriata. Il Governo Monti vive perché la politica lo fa vivere. Siamo noi che l’abbiamo votato e voluto”

Molta carne al fuoco dell’analisi. Ma anche della propaganda.

Intanto, il recupero dello spread non è esclusivo merito di Monti, ma soprattutto di una fase congiunturale apparentemente migliore, oltre che della poderosa fornitura di liquidità da parte della Bce. Ma di questo abbiamo già detto. Monti è comunque finora riuscito in una impresa “storica” per questo paese: una riforma pensionistica davvero demograficamente sostenibile. Questo lo leggeremo sui libri di storia patria, economica e no. Ma quanta parte di questa azione di Monti è avvenuta grazie ad un senso di emergenza assoluta, che in alcuni momenti ha sfiorato la sensazione di un catastrofico crack? Domanda retorica, ovviamente.

Ed è proprio l’emergenza assoluta che ha permesso di mettere la temporanea sordina a quel populismo denunciato da Casini. Una facile profezia: quanto più riusciremo ad avvicinarci al risanamento (per il quale ci servirà comunque una ripresa globale), tanto più populismo e corporativismo torneranno ad affermarsi, fino a disarcionare Monti e porre la parola fine a questa strana stagione. Casini tenta inoltre di recuperare dignità al sistema partitico sostenendo che Monti non è ad esso alieno ma da esso è “cooptato” e tenuto in vita. Strana forma di ricerca di legittimazione, ma c’è chi sta facendo assai peggio, per goffaggine ed amnesie.

Casini probabilmente punta su una stagione politica di disarticolazione di un bipolarismo fallito come la nostra classe politica, e che ci portiamo dietro ormai da un ventennio, oltre che sul fatto che Monti nei sondaggi continua a riscuotere elevato apprezzamento, con buona pace di leghisti, Di Pietro, Storace e Mussolini assortiti. Né si deve dimenticare che in passato Monti, in veste di editorialista assai poco “tecnico”, ebbe reiterato modo di criticare il bipolarismo italiano, fatto di eserciti in armi (peraltro a paravento di una sistematica spoliazione e predazione della cosa pubblica); lo stesso uso di concetti di “disarmo”, “armistizio” e consimili non è infatti entrato da poco nel lessico montiano. Monti ha storicamente criticato il bipolarismo in quanto costrutto incapace di modernizzare il paese, una critica che ora Casini può agevolmente (e coerentemente, almeno in superficie) fare sua, e metterla al servizio di un progetto neocentrista (non parliamo di ricostruzione della Dc, sarebbe troppo banale).

Casini non è certamente uno sprovveduto: il bipolarismo all’italiana si è rivelato fallimentare. Non ha consegnato all’elettorato le scelte sul proprio destino, ma solo una infinita ed ipocrita guerra di religione. Disarticolarlo usando l’icona Monti potrebbe rivelarsi scelta vincente. A patto di essere ben consapevoli che il paese, se riuscirà a salvarsi, non potrà vivere di populismo e immobilismo. A quel punto sarebbe drammaticamente chiaro che non è questione di sistemi elettorali ma di modello culturale dominante. Uno in cui i partiti sono solo associazioni di faccendieri che chiedono dazio, o più propriamente pizzo. In quel senso criticare il nostro bipolarismo, visto come impedimento alla leggendaria “modernizzazione” del paese, apparirebbe molto naïf, anche se tra i primi ad averlo fatto vi è proprio Mario Monti. Il nostro sospetto è che sia proprio quello il problema italiano, e che strologare su sistemi elettorali sia del tutto futile.

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