Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Alla ricerca del Sacro Moltiplicatore

in Discussioni/Economia & Mercato

(Post tecnico-dilettantistico, astenersi economisti)

Il Fondo Monetario Internazionale pubblica il World Economic Outlook, da cui emerge l’ennesima revisione al ribasso delle prospettive di crescita mondiale. E fin qui, nulla di inedito. La novità deriva dalla scoperta di un valore piuttosto elevato dei moltiplicatori fiscali, e dalla conseguente autocritica del FMI. Siamo in pieno revisionismo, si direbbe.

Secondo il FMI, dai documenti di policy visionati emerge che i governi avrebbero utilizzato moltiplicatori fiscali paria circa 0,5. Ciò significa che per ogni dollaro di tagli alla spesa pubblica (perché qui l’espressione fiscal multiplier è riferita ad impatti sul Pil di variazioni di spesa, mentre per variazioni di imposte si utilizza l’espressione tax multiplier), il livello di attività si ridurrebbe di mezzo dollaro. La realtà pare essere altrove, ed al FMI se ne sono accorti:

«I moltiplicatori usati per produrre previsioni di crescita sono stati sistematicamente troppo bassi dall’inizio della Grande Recessione. (…) I nostri risultati indicano che i moltiplicatori sono stati in realtà in un corridoio compreso tra 0,9 e 1,7 dall’inizio della Grande Recessione. Questa scoperta è compatibile con la ricerca che suggerisce che nell’attuale contesto di elevato potenziale economico inutilizzato, politica monetaria vincolata al tasso zero ed aggiustamento fiscale sincronizzato tra numerose economie, i moltiplicatori possono essere ben superiori a 1»

Che poi è quello che qui si sostiene da sempre, contro il parere di dotti accademici e pittoreschi opinion maker. Non che servissero particolari competenze specialistiche, per giungere ad una simile conclusione. Una stretta fiscale violenta, concentrata e sincronizzata tra molti paesi, indipendentemente dal fatto che sia realizzata con tagli di spesa e/o aumenti di entrate, avvenendo in un contesto di politiche  monetarie non sufficientemente espansive, tende a produrre impatti moltiplicativi pesanti. Tanto più pesanti in quanto le banche centrali non sono in grado di “accomodare” la stretta fiscale con una politica monetaria espansiva, avendo già toccato il pavimento del tasso zero.

Da ciò consegue che, in simili condizioni (esiti di crisi finanziaria con deleveraging del settore pubblico e/o privato), servono banche centrali che letteralmente stampino moneta, per attutire l’impatto dei tagli fiscali. I moltiplicatori variano, in funzione delle premesse metodologiche (meglio sarebbe dire ideologiche) del modello utilizzato, e del dataset a tale modello sottostante. Se prendete dati anteriori al 2008, è probabile (ma non troppo) che otteniate valori del moltiplicatore fiscale piuttosto contenuti. La musica cambia drammaticamente, per i motivi detti sopra, quando utilizzate i dati della Grande Recessione.

Tutto ciò premesso, come cambiano (se cambiano) le prescrizioni di policy del FMI? In un modo banalotto e nel complesso sconfortante. Come spiega il capoeconomista del Fondo, Olivier Blanchard, occorre evitare il front loading della stretta fiscale, cioè evitare di applicare tutta o quasi la correzione fiscale al breve termine, e diluirla nel tempo; ed attuare le maledette riforme di struttura. Nel frattempo, a compensazione, servono azioni espansive (cioè non convenzionali) delle banche centrali, e meccanismi di trasferimento di risorse nelle unioni economiche tra i paesi “ricchi” e quelli in crisi. I tedeschi ne saranno felici. Anche qui, nulla che il buon senso già non prevedesse, e senza richiedere Ph.D. Ma se rinviamo la correzione, siamo certi che i mercati capiranno e non, piuttosto, crederanno che si tratti di lassismo fiscale, con conseguente panico e vendite a raffica di titoli di stato e rendimenti alle stelle?

L’unica speranza, dopo aver preso atto che i moltiplicatori fiscali si sono innalzati durante questa crisi, è che le prossime stime del FMI non necessiteranno di revisioni al ribasso. A patto di incorporare nei modelli il credit crunch bancario. Attendendo le prescrizioni di Alesina e Giavazzi.

P.S.  Chi fosse interessato agli effetti sul livello di attività di variazioni di imposta rispetto a variazioni di spesa può consultare (tra gli innumerevoli altri) il paper di Olivier Blanchard e Roberto Perotti, pubblicato nel lontano 1998 e riferito alla realtà statunitense, realizzato con un modello di VAR (vettore di autoregressione) strutturale. I risultati di quello studio confutavano la teoria keynesiana tradizionale, che afferma che il moltiplicatore d’imposta (tax multiplier) tende ad essere inferiore a quello di spesa (chiamato, per confondere i polemisti italiani, fiscal multiplier), ottenendo invece risultati piuttosto simili, sia utilizzando un trend deterministico che uno stocastico. Se poi andrete a leggere le specifiche del modello e le ipotesi ad esso sottostanti, vi renderete conto che costruire prescrizioni di policy basandosi su modelli è probabilmente una delle attività più inani nella storia del genere umano.

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