Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Dove l’America rischia di diventare come l’Italia

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Non è particolarmente rilevante (tranne che per il provincialismo degli italiani, probabilmente) che Barack Obama abbia incassato l’endorsement dell’Economist. Comunque vadano, le elezioni presidenziali di martedì prossimo porteranno (o manterranno) alla Casa Bianca un uomo che dovrà lavorare duramente per evitare il declino americano. Un declino che la sconfinata potenza militare ed economica, oltre alla “creatività” della Federal Reserve, peraltro del tutto indispensabile, potranno comunque bloccare e rinviare nel tempo, anche a lungo. Ma il gigante rischia seriamente di perdere la propria aura di eccezionalismo, se già non l’ha persa. Ed i due candidati non sono certo gli uomini della Provvidenza.

Barack Obama, quattro anni dopo, non è più il Messia nero, l’uomo delle grandi visioni, il predestinato dalla storia, il riscatto di un popolo di “minoranze” sempre meno tali. Ha gestito la crisi senza commettere errori marchiani, con pragmatismo ed entro i vincoli posti dalla realtà e da un Congresso bloccato dai Repubblicani. Chi insiste a dipingerlo come un socialista mente sapendo di mentire, oppure ha capito assai poco di data e ora. Se si volessero usare i criteri farlocchi di Larry Kudlow (e non solo) vedremmo che, sotto il primo mandato di Obama, l’indice azionario Dow Jones ha conseguito la quinta migliore performance della storia; che la pressione fiscale federale, ora intorno al 15 per cento del Pil, è ai minimi da sessant’anni; che l’occupazione pubblica totale è in forte calo: a livello statale e locale non è “merito” di Obama ma della crisi, ma sono in lieve calo anche i dipendenti federali, a differenza di quanto accaduto in precedenti amministrazioni repubblicane. L’aumento di spesa, poi, appare in larga parte frutto dell’operare di stabilizzatori automatici quali i food stamp ed il Medicaid, oltre che dei prolungamenti eccezionali dei periodi di erogazione dei sussidi di disoccupazione, che ora stanno giungendo al termine.

Obama ha affrontato la più grave crisi economica degli ultimi ottant’anni, dapprima con uno stimolo che ormai tutti gli “addetti ai lavori” economici considerano sottodimensionato. Un bene, un male? Il frutto del vincolo del Congresso, all’inizio del mandato obamiano per mano dei Blue Dog Democrats ed in seguito, dal midterm, per opera dei finti conservatori fiscali repubblicani? Può essere. Obama comunque, nelle prese di posizione pubbliche, è sempre apparso come un accorto centrista più che come uno statalista compulsivo.

Obama ha inequivocabilmente fallito nel tentativo di riformare le banche e tagliare le unghie ai banchieri. Chi legge questi pixel lo sa da sempre e da subito. Ma provate a pensare a cosa sarebbe diventato (a cosa diventerebbe) il sistema finanziario americano con un repubblicano alla Casa Bianca. Qualcuno pensa davvero che vedremmo qualcosa di anche lontanamente simile alla eliminazione del Glass-Steagall Act? Se si, ripensateci.

Obama ha approvato una riforma sanitaria che tenta di contenere il fenomeno degli uninsured, che è in continuo aumento, che non può in alcun caso essere ignorato (non foss’altro che per la pressione che mette ai costi della sanità americana, visto che le persone vengono comunque trattate in emergenza, e non lasciate morire agli angoli di strada). La riforma aumenta lievemente le imposte, per riuscire ad avere un pool di assicurati molto ampio e per sussidiare le polizze sanitarie evitando che le assicurazioni usino le clausole di esclusione. Obama non ha introdotto un sistema di single payer simile a quelli che vediamo nella socialista europa e nel criptocomunista Canada. Non sarebbe neppure passato, in America, ma Obama neppure lo ha proposto.

L’Obamacare “copia” i principi del Romneycare, il sistema sanitario introdotto da Mitt Romney quando era governatore del Massachusetts. Inutile dire che oggi Romney rifiuta il parallelismo, e rilancia con il solito sistema di “concorrenza” tra le assicurazioni private che in nessun caso funzionerebbe in assenza di obbligo di assicurazione, perché c’è di mezzo la composizione del pool di soggetti assicurabili, e le loro condizioni “medie” di salute. E’ vero che gli americani restano istintivamente contrari a tutto quello che è “obbligo” imposto dai pubblici poteri, ma un giorno dovranno anche affrontare il fatto che hanno un costo della sanità che è semplicemente insostenibile, al 15 per cento di Pil ed in crescita (circa il 60 per cento in più di quanto spendono gli italiani, tra pubblico e privato). La libertà costa, purtroppo.

Sulle proposte elettorali in economia, Romney ci ha abituati a tutto ed al contrario di tutto. Vuole un taglio del 20 per cento a tutte le aliquote d’imposta, da finanziare tramite la chiusura di alcuni loopholes fiscali. Almeno, questa è l’ultima versione della fiaba. Solo che i conti non tornano, nemmeno cancellando tutte le agevolazioni fiscali, cosa che peraltro Romney non vuole fare. Al contempo il candidato repubblicano appare un keynesiano convinto, ma solo quando si tratta di spesa militare. E’ la solita formula fallita della bushnomics, che affonda le proprie radici nella reaganomics pseudo lafferiana ma la modifica in senso deteriore: si fanno enormi deficit,e poi si attende che l’inesistente boom economico successivo li colmi con l’aumento di gettito che ovviamente non arriverà.

Romney in realtà sarebbe un accorto centrista e non un estremista, come sostiene, tra gli altri, anche Alberto Alesina? Bene, ma a noi appare soprattutto uno zelig (non nel senso comico del termine) che recita a soggetto, e che prima si fa portare a guinzaglio dai Tea Parties e dopo diventa centrista e presidenziabile. Sicuri che all’America serva un simile personaggio?

Perché il punto resta quello: gli Usa dovranno fare i conti con la realtà, e con i propri squilibri, crescenti e molteplici. Chiunque sieda alla Casa Bianca per i prossimi quattro anni dovrà avere la capacità di guardare in faccia la realtà e di comunicarla ai propri concittadini. Non per stracciarsi le vesti, chiedere scusa o cose del genere. Ma perché di fiabe (e menzogne) i paesi muoiono. Ecco il vero motivo per cui l’America rischia di diventare come l’Italia.

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