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Sulla “patrimoniale a carico dello stato”

Wednesday, 21 November, 2012

in Economia & Mercato, Italia

Da qualche tempo si nota, da parte di Italia Futura, un utilizzo di slogan liberisti (detto nell’accezione più ampia del termine) pressoché identici a quelli di Fermare il declino. Uno di essi è relativo alla “patrimoniale a carico dello stato” e non dei cittadini. Alla cosiddetta convention di Verso la Terza Repubblica, sabato scorso a Roma, questo slogan è stato reiterato da Luca Cordero di Montezemolo e da Irene Tinagli. Poiché il sito che state leggendo ama fare uno straccio di fact checking, può essere utile andare a verificare in dettaglio cosa intendono con questo slogan ad Italia Futura.

Per effettuare l’analisi basta prendere quello che fino a pochi giorni addietro doveva essere il programma economico del movimento di LCdM, pubblicato ad agosto 2011 (prima del crac berlusconiano e del commissariamento montiano), e che avevamo recensito. Già all’epoca si parlava di “patrimoniale per lo Stato e gli enti locali”, a onor del vero, ma l’operazione prevedeva il transito attraverso l’imprescindibile Cassa Depositi e Prestiti. Nella scheda 1 del programma montezemoliano si poteva infatti leggere:

La Cassa Depositi e Prestiti – soggetto esterno alla P.A. – ha in essere mutui verso Comuni, Provincie e Regioni per complessivi 111 mld. di euro ca. che rappresentano debito pubblico per ca. 6 punti di Pil. Riteniamo che Comuni, Provincie e Regioni che dispongano di patrimonio immobiliare non utilizzato per fini strettamente istituzionali e/o affittato a terzi, debbano utilizzarlo per estinguere immediatamente, in tutto o in parte, i mutui già contratti con la Cassa Depositi e Prestiti (previa valutazione degli immobili da parte di un advisor nominato dalla stessa Cassa). La Cassa Depositi e Prestiti acquisirebbe gli immobili sostituendo nel suo attivo i mutui verso gli enti locali con le quote di un fondo cui gli immobili sarebbero successivamente trasferiti come equity e di cui la Cassa Depositi e Prestiti potrebbe limitarsi ad essere pro tempore il quotista di maggioranza relativa. Gli enti locali si priverebbero della parte non utilizzata del patrimonio immobiliare e contestualmente ridurrebbero l’indebitamento.

Come si nota, si tratta di una operazione di compensazione tra attivi e passivi pubblici, in cui alla CDP viene attribuito patrimonio immobiliare pubblico “non utilizzato per fini istituzionali o affittato a terzi”. In pratica, la CDP doveva divenire un enorme fondo immobiliare chiuso, la cui finalità sarebbe (verosimilmente) stata quella di assumere a fermo gli immobili per poi giungere a cessione, diretta o tramite quotazione. Le domande sono sempre le stesse: esiste un censimento degli immobili pubblici non utilizzati “a fini istituzionali”? Gli immobili sono rivendibili o necessitano preliminarmente di modifiche alla destinazione d’uso e/o ai piani regolatori? Quanti sono, in questo ipotetico censimento (ma esiste?) gli immobili ammalorati ed abbandonati?

Appare del tutto evidente che il concetto di “patrimoniale a carico dello stato” era una licenza poetica, in questo contesto. E’ vero che la proposta era caratterizzata da realismo, visto che pensare di vendere patrimonio immobiliare, oggi, è una chimera ma si conferma che, tra i proclami e slogan da una parte e realtà dall’altra c’è un enorme golfo, soprattutto in Italia. E l’obiettivo di colmare tale golfo non viene agevolato da considerazioni di questo tipo:

Per memoria, si ricorda che fra il 1994 ed il 2003 furono privatizzati asset per ca. 90 mld. di euro. Nel periodo 2000-2005 sono stati privatizzati immobili pubblici per circa 20,4 miliardi di euro, di cui 16,3 miliardi da parte dello Stato ed Enti previdenziali e 4,2 da parte degli Enti territoriali.

Per memoria, chioseremmo, il periodo 1994-2003 fu un periodo di eccezionale liquidità ed altissima crescita economica in tutto il pianeta, incluso questo ridicolo paese. E quanto agli immobili pubblici, dismetterne 20,4 miliardi di euro in sei anni (2000-2005), periodo in cui le banche regalavano mutui, fa comunque una media di 4 miliardi annui, in condizioni irripetibili ed antitetiche a quelle odierne. Quelli furono gli anni della SCIP, tra qualche luce e molte ombre.

C’è comunque da dire che la proposta di coinvolgimento della CDP nel piano di dismissioni immobiliari pubbliche è sparita dalla Agenda Italia 2013, sostituita da un approccio rovesciato, più liberista e mercatista, in cui la Cassa perde il ruolo di dea ex machina e diventa invece un esecrabile santuario di contabilità creativa:

Ad esempio: gli italiani hanno fatto di tutto e di più, ora è il momento di una patrimoniale sullo Stato per abbattere il debito pubblico con un piano pluriennale di dismissioni del patrimonio mobiliare e immobiliare di Comuni, Province, Regioni e Stato. Un piano di dismissioni che condizioni i trasferimenti agli enti locali alla concreta partecipazione di questi ultimi al piano stesso. Un piano di dismissioni che tocchi anche i santuari pubblici o pseudo pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti, in cui investitori istituzionali esteri dovrebbero prendere il posto delle fondazioni bancarie.

Quindi, in poco più di un anno, ed in parallelo al drastico aggravamento della crisi, a Italia Futura sono passati dalla contabilità più o meno creativa alle dismissioni pure e dure, alla faccia della realtà, mantenendo lo slogan ma cambiando drasticamente il contenuto. Sorge il sospetto che l’opportunismo elettoralistico non sia la migliore delle armi possibili, soprattutto quando si è appena imbarcata ampia parte della sinistra social-cattolica del paese. Ma sicuramente siamo noi che di politica non capiamo granché.

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