Il bilancio di un fallimento

Friday, 23 November, 2012

in Discussioni, Economia & Mercato

Sul Corriere, un commento del bravo Federico Fubini (un articolo del quale, sull’autoalimentazione del debito, è citato anche ne La cura letale) ci ricorda l’importanza fondamentale del bilancio comunitario, oggi che la crisi e la stupidità hanno portato alla distruzione di un paese abitato da dieci milioni di persone e minacciano altri dello stesso esito. E soprattutto ci ricorda cosa ci attende quando si parla di svalutazione interna per rilanciare la competitività, in un regime di cambi fissi, a meno di miracoli.

Questa profezia apre l’articolo:

«In molte aziende del Mezzogiorno ormai i dipendenti rinunciano sottobanco a metà del salario che appare in busta paga: preferiscono lasciare che l’imprenditore aggiri il contratto nazionale, piuttosto che rischiare il posto»

Ecco, in una frase all’apparenza scarna, tutto il dramma che abbiamo davanti, e che certo non si limiterà (e forse già oggi non si limita) al Mezzogiorno. Quando ci si trova in regime di cambi fissi, l’aggiustamento può avvenire solo attraverso deflazione, cioè riduzione di prezzi e salari, per ritrovare competitività. Ma questo aggiustamento è estremamente doloroso: aumenta l’onere reale del debito, pubblico e privato, ad esempio. Ma, senza questo aggiustamento, l’esito finale è un aumento vertiginoso di disoccupazione. Il fatto che già oggi esistano realtà aziendali in cui si verifica il fenomeno del “fuori busta” alla rovescia, in senso letterale, cioè in cui la retribuzione effettivamente percepita è inferiore a quella contrattualmente pattuita, la dice lunga sulla tenaglia con cui la realtà sta stringendo le nostre esistenze.

Che fare, quindi? Nel percorso verso un’unione europea federale e fiscale, unica alternativa alla distruzione del continente, il pensiero va immediatamente alla riforma del bilancio comunitario, in funzione di maggiore peso alla funzione di ammortizzatore sociale e di welfare. Ad oggi, purtroppo, questo resta un sogno perché, come scrive Fubini,

«(…) è solo un’ironia della storia se ieri sera il Justus Lipsius di Bruxelles, il palazzo del consiglio europeo, ospitava due riunioni in contemporanea. In una sala, i leader politici d’Europa si dilaniavano sui residui di un bilancio comune che vale l’1 per cento del prodotto dell’Unione. In un’altra, i dirigenti dei ministeri finanziari facevano altrettanto sul destino di un paese che, stando alla contabilità, vale  il 3 per cento»

Che fare, quindi, in questa desolazione chiamata Europa? Fubini ricorda le iniziative di qualche grande visionario del passato e la necessità che, mai come ora, una crisi venga trasformata da minaccia ad opportunità:

«Leader europei illuminati come Delors userebbero il negoziato in corso sul bilancio comunitario per favorire questo ritorno di competitività, limitandone il costo sociale e politico a livelli accettabili. Ma forse, da molti di quelli riuniti ieri a Bruxelles, sarebbe chiedere troppo»

Viviamo in un’epoca di piccoli uomini e piccole donne, come purtroppo sperimentiamo quotidianamente. Di enorme (e minaccioso) questi personaggi hanno solo le loro ombre, proiettate al suolo per opera dei media.

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