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Quel mutevole ed ingannevole significato della parola riforma

Monday, 25 February, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Famous Last Quotes, Unione Europea

Una riflessione sul significato del concetto di “riforma” da parte di Wolfgang Münchau, l’associate editor del Financial Times divenuto di recente celebre nel ridicolo paese in cui si invocano ipse dixit in modo penosamente provinciale per tesi favorevoli alla propria fazione e si strepita al complotto straniero per quelle contrarie. Münchau denuncia anche il pervertimento linguistico che avrebbe colpito l’accezione del termine “riforma”, che in gioventù (nella Germania Ovest degli anni Settanta) egli associava al welfare di Willy Brandt e che nel decennio reaganiano e thatcheriano è diventato sinonimo di deregulation, privatizzazioni e smantellamento del potere sindacale.

Münchau ritiene che, oggi, il termine riforme sia ormai divenuto il sinonimo da neolingua orwelliana per “consolidamento fiscale”, cioè austerità. Ma ciò implica una insanabile contraddizione, grassetti nostri:

«Austerità e riforme sono l’opposto l’una dell’altra. Se intendete seriamente realizzare delle riforme strutturali, ciò vi costerà un esborso immediato di denaro. Se volete aprire il vostro mercato del lavoro ad un regola che renda facili assunzioni e licenziamenti (hire-and-fire), vi serviranno delle policy che si occupino di quelli che vengono licenziati. I costi di queste misure possono eccedere nel breve termine i benefici finanziari delle riforme, ma le riforme pagano comunque nel lungo periodo. Le riforme strutturali, realizzate correttamente, non si conciliano con il compito di attuare l’austerità»

«Per contrasto, l’austerità – tasse più alte e tagli agli investimenti pubblici – indebolisce la capacità dell’economia nel breve periodo, e forse anche nel lungo. Se avete disoccupazione giovanile di più del 50 per cento per un periodo protratto, come è oggi il caso di Grecia, Italia e Spagna, molte di quelle persone non troveranno mai impiego nelle loro esistenze. Gli economisti parlano del cosiddetto effetto di “isteresi” – un danno economico permanente che non verrà riparato neppure in caso di piena ripresa. L’austerità potrebbe anche lasciare una cicatrice economica e sociale in Eurozona»

«Italia e Spagna avrebbero fatto molto meglio ad attuare una serie di riforme strutturali mirate ed immediate, ed un consolidamento fiscale differito. Quando si fa il contrario, tagliando l’investimento ed aumentando le imposte durante una recessione, non si riesce a trarsi dai guai e si spreca il proprio capitale politico con l’austerità, non lasciandone per le riforme»

Quelli di Münchau sono concetti nel complesso condivisibili. In Eurozona sono stati commessi errori tragici esattamente in questi termini: una assurda stretta fiscale, che ha causato una recessione, che in alcuni paesi ha assunto i connotati della depressione e ha distrutto risorse fiscali altrimenti destinabili, ad esempio ad un welfare riformato. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, con una riforma del mercato del lavoro che ha introdotto – per manifesta mancanza di soldi – un morticino di sussidio di disoccupazione “universale”. La flexicurity costa, e molto: la si può ottenere facendo riforme durante anni di crescita economica, ammesso e non concesso che esista consenso sociale in tale direzione. Tentare di ottenerla dopo aver trasformato il paese in un cumulo di macerie fumanti è qualcosa che sta a metà strada tra l’incoscienza e l’atto doloso.

Cosa accadrà in Eurozona nei prossimi mesi è assai difficile prevedere. In Italia, quando il frastuono di promesse elettorali cialtronesche avrà ceduto il posto al silenzio di una dolorosa realtà, fatta di disoccupazione e fallimenti aziendali in serie, bisognerà decidere come andare in Europa a declinare il concetto di riforma. Ed occorrerà riuscire a modificare radicalmente il significato politico di questo termine, sempre che il danno non sia ormai stato reso permanente.

Lettura complementare consigliata: l’editoriale di Paul Krugman, che segnala il fallimento dell’austerità (non un punto inedito, nelle argomentazioni krugmaniane), ed il rischio di una radicalizzazione dell’elettorato che è la comprensibile reazione alla situazione di forte disagio sociale causato dalla crisi, ma che rischia di affondare definitivamente il continente. I libri di storia parleranno di questo periodo come di una follia senza fine. Questa è l’unica certezza, al momento.

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