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Spagna, le banche e gli ombrelli

Thursday, 18 April, 2013

in Economia & Mercato, Unione Europea

Su Bloomberg, un articolo (link non disponibile) che evidenzia un timore molto diffuso tra gli analisti di mercato: la Spagna non riuscirà a farsi bastare i 41 miliardi di euro di fondi europei sinora utilizzati per la ristrutturazione del proprio sistema bancario, su un accordato totale di cento miliardi. Come commenta un analista, quanto più l’economia si deteriora, tanto più la base di capitale delle banche viene erosa, e servono nuove ripuliture e risorse.

La Spagna è ormai nel sesto anno di crisi. A gennaio le sue banche avevano 171 miliardi di euro di sofferenze ufficiali, pari al 10,8 per cento degli impieghi. Anche per quest’anno le stime di crescita (che negli ultimi anni sono risultate, in tutta l’Eurozona, sistematicamente sbagliate per eccesso di ottimismo) prevedono una contrazione del Pil dello 0,5 per cento mentre il deficit pubblico in rapporto al Pil è stato nel 2012 pari al 10,2 per cento al lordo degli aiuti al settore bancario, e del 7 per cento al netto. Considerando l’entità della stretta fiscale attuata dal paese negli ultimi due anni, si tratta di un risultato che definire raccapricciante è un pallido eufemismo. Per gli amanti delle fiabe, il rapporto di deficit-Pil stimato per quest’anno è del 4,5 per cento, e del 2,8 per cento nel 2014.

Se la crisi proseguirà, quindi, le banche spagnole dovranno necessariamente aumentare gli accantonamenti a perdite su crediti, e ad un certo punto dovranno creare una nuova bad bank o ampliare quella oggi in essere. Non potendo ricorrere ad aumenti di capitale apportati da privati (come vi diciamo da sempre, sfidando l’ortodossia di alcuni assertivi cattedratici), il rischio è che si debba di nuovo ricorrere ad aiuti pubblici, cioè europei. Ma, come noto, i fondi europei messi a disposizione delle banche spagnole diventano debito sovrano del paese, perché vengono iniettati nel FROB, il fondo per la “ordinata ristrutturazione bancaria” creato da Madrid. E la corda attorno al collo spagnolo si stringerebbe ulteriormente.

Ma la domanda che molti analisti ora si pongono è: dopo lo spartiacque-Cipro, siamo sicuri che la Spagna riuscirebbe a “tirare” anche i 59 miliardi di aiuti che la Ue ha originariamente stanziato? O meglio, riuscirebbe ad ottenerli alle stesse condizioni oppure a Madrid verrebbe chiesto, come requisito preliminare all’erogazione, di abbattere gli obbligazionisti senior e non solo quelli subordinati, lasciando tranquilli i depositanti per evitare fughe di capitali faticosamente rientrati nel paese? Questo è il punto dirimente, perché ormai è chiaro che il legame tra il debito bancario e quello sovrano va reciso, altrimenti non se ne esce. E di modi per reciderlo, escludendo gli auspici alla Olli Rehn o i riti voodoo (dove i secondi spesso coincidono con i primi), non ce ne sono molti, oltre al bail-in degli investitori. La scelta spagnola di non farsi incravattare dalla Ue, dopo che i tedeschi hanno detto no alla ricapitalizzazione diretta delle banche (sul cui principio aveva concordato il Consiglio europeo della fine dello scorso giugno), ha portato verosimilmente a sottodimensionare la richiesta, e sperare nella ripresa. Se le cose andranno storte, il danno sarà amplificato.

Anche perché nel sistema bancario spagnolo persistono ancora vaste aree di opacità. Dopo la ripulitura dei grandi crediti immobiliari, ordinata lo scorso anno dal governo, poco è stato comunque fatto per dare una rappresentazione realistica della salute dei mutui residenziali e dei prestiti alle piccole e medie imprese. A fine 2012, infatti, il tasso di default sul portafoglio dei 600 miliardi di euro di mutui residenziali spagnoli era salito al 3,8 per cento, dal 2,9 per cento di fine 2011 . Il problema è che non siamo affatto certi che questi numeri siano realistici, o piuttosto non coprano l’antica prassi dell’extend and pretend, in cui le banche fingono di avere debitori mediamente sani.

La situazione del credito spagnolo (ma anche di quello italiano, a dire il vero), è magistralmente sintetizzata da un analista spagnolo che lavora a Londra:

«Il problema è che non c’è abbastanza domanda di credito solvibile. Le aziende a cui le banche vorrebbero prestare non hanno bisogno di prestiti, mentre le banche non vogliono prestare ad aziende che hanno disperato bisogno di credito, perché i soldi potrebbero non rientrare»

Questa è l’essenza dell’attuale credit crunch della periferia dell’Eurozona: le banche rivogliono l’ombrello, perché diluvia.

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