Portogallo, esito greco-cipriota sempre più vicino

Wednesday, 24 April, 2013

in Economia & Mercato, Unione Europea

Ieri il ministro portoghese dell’Economia, Alvaro Santos Pereira ha “svelato” (rigorosamente senza fornire uno straccio di numeri) le linee guida di un programma di rilancio della competitività del sistema delle imprese portoghesi, indicando l’esigenza di ridurre la tassazione aziendale, promettendo crediti agevolati agli esportatori e vagheggiando la creazione di un habitat favorevole all’insediamento nel paese di imprese estere. Il tutto mentre il bilancio pubblico si sbriciola, dal sistema delle imprese di stato emergono nuovi buchi potenziali di dimensioni inquietanti e nel futuro non troppo lontano del paese si profila una ristrutturazione dei termini dei prestiti ottenuti dalla Troika, che peraltro rischia di non servire.

Il “piano” di Pereira punta a raggiungere un tasso di crescita del 2 per cento entro il 2020, con esportazioni che per quella data dovrebbero pesare sul Pil per il 50 per cento, contro il 37 per cento attuale. Un Portogallo sino-tedesco, in pratica. Che, detta così, sembra una battuta riuscita male ma fornisce in realtà tutta la misura del disperato scollamento dal mondo che attanaglia le classi politiche dei paesi in crisi di debito in Eurozona.

Resta un mistero come possa realisticamente trovare fondi per questa “ristrutturazione competitiva” un paese che quest’anno dovrebbe contrarsi di un ulteriore 2,3 per cento (stime ottimistiche, al solito), che lo scorso anno ha fatto segnare un deficit-Pil del 6,4 per cento, e che dovrà chiudere un buco aggiuntivo di 1,3 miliardi di euro causato da una recente sentenza della corte costituzionale sulla struttura retributiva del pubblico impiego. Ma i guai non sono finiti: le imprese pubbliche, che stanno rivelandosi un’area grigia dei conti pubblici per entità delle perdite e per dipendenza finanziaria dai fondi pubblici, hanno in essere contratti derivati di copertura su tassi d’interesse, stipulati tra il 2008 ed il 2010 con controparti estere, che evidenziano perdite potenziali per 3 miliardi di euro su un nozionale di circa 9,5 miliardi. Le operazioni erano finalizzate a proteggersi da aumenti dell’euribor, e sono finite in direzione opposta alle intenzioni. Sarebbero in corso negoziati per la chiusura anticipata di tali contratti.

In questo quadro, con la sostanziale impossibilità di tornare sui mercati finanziari su base regolare da metà 2014, e non potendo quindi contare neppure sulle OMT di Draghi (che pare ormai acquisito siano erogabili solo a paesi che hanno accesso ai mercati), un sistema bancario che esiste solo in funzione dell’ossigeno fornito dalla Bce, un rapporto debito-Pil previsto al 140 per cento nel 2015 ma che vi arriverà molto prima, si fa strada l’ipotesi di un rinnovo dei 78 miliardi di prestiti di emergenza a condizioni più lasche, del tipo di quelle concesse alla Grecia mesi addietro, con una discesa del tasso d’interesse a livelli poco più che simbolici (ma sempre superiori al costo della provvista per la Germania, che è il benchmark) e ad una estensione pluriennale di tali prestiti.

Anche in questo caso, tuttavia, serviranno altri soldi di aiuti ufficiali, visto che sarà necessario colmare i nuovi buchi. A quel punto, ipotizzando una indisponibilità della Ue (e dei tedeschi) a fornire altri fondi, dovrebbe entrare in campo l’ipotesi di ristrutturazione del debito sovrano portoghese. Ma in quel caso, nel solito domino infernale, si “scoprirà” che svalutare i titoli di stato di Lisbona manderebbe insolventi le banche portoghesi, che di tali titoli sono piene. A quel punto, per evitare di dover cacciare altri soldi di aiuti alle banche, in aggiunta a quelli al sovrano, la Troika chiederà un bail-in (cioè presenterà il conto) agli investitori, in primo luogo ai creditori obbligazionari delle banche portoghesi. Se ciò non dovesse bastare, tornerà di attualità la botta ai depositi non assicurati.

Non intendiamo precorrere i tempi ma, con l’attuale traiettoria (peraltro identificabile da tempo), è del tutto evidente che al Portogallo non basterà il tradizionale “piano A” della Ue, che prevede allungamento dei tempi per raggiungere il maledetto pareggio di bilancio ormai derubricato al magico 3 per cento di deficit-Pil. Il paese è ormai in avvitamento, ed ha probabilmente superato il punto di non ritorno rispetto alla sostenibilità del debito. Il tempo dirà, ormai non ne è rimasto molto.

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