Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Can di Pavlov che abbaia, non morde

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Palesemente spiazzati dall’attivismo parolaio grillesco, i leghisti corrono ai ripari e rilanciano, gonfiandosi come le celeberrime rane di Fedro. Sfortunatamente a scoppiare non saranno i batraci padani o quelli a cinque stelle, ma un intero paese.

In una intervista al Corriere, Roberto Maroni rilancia il tema del referendum sull’euro, inseguendo le rodomontate di Grillo, ma contestualizza la smargiassata per assegnare l’abituale forza di trazione al Nord. Leggete e cercate di non sbadigliare troppo, se riuscite:

Roberto Maroni Io dice dalla «sua» Varese, dal palco di un convegno di «Terra insubre», gli indipendentisti subalpini un tempo in odore di eresia persino dalle parti del Carroccio. «Stiamo lavorando per chiedere al popolo sovrano del Nord che cosa ne pensi dell’euro, della macroregione stessa e di altri temi». In altre parole: Lombardia, Piemonte e Veneto apriranno le urne nei gazebo per chiedere un parere ai cittadini del nord in merito alla permanenza nell’area della moneta unica e alla nascita di una vera macro-regione, la versione maroniana della Padania un tempo vagheggiata da Umberto Bossi. A quando i referendum consultivi su scala regionale? «Prima dell’anno prossimo», giura Maroni.

Occorre sbrigarsi, in effetti. Ma la lotta contro il tempo non è per salvare il paese bensì per arrivare prima di Grillo, che nei giorni scorsi ha annunciato che partirà “un anno di informazione per dire sì o no all’euro e sì o no all’Europa”. Naturalmente per un anno i grillini ci parleranno di signoraggio, Bce privata ed altre idiozie, poi terranno un bel referendum online a cui parteciperanno alcune migliaia di persone e poi strombazzeranno il risultato dicendo che all’Europa serve Rodotà. Maroni, colto (non per la prima volta) da quella che Grillo col suo caratteristico aplomb definirebbe invidia penis, sulla notizia ha dapprima proclamato che l’iniziativa ha una primogenitura leghista, e ieri ha declinato gli aspetti “operativi” (si fa per dire, ovviamente, e di timing.

Maroni assicura di non essere personalmente contrario all’euro. Prima di aggiungere che molti suoi amici sono euro, come si dice in questi casi, ha poi rilanciato sull’altra piccola fiaba leghista, quella del mantenimento sul territorio regionale di almeno il 75 per cento dei tributi. Il piano A è presto detto:

«Al premier Enrico Letta consegneremo domani (oggi, ndr) la richiesta formale di avviare un tavolo di lavoro e di confronto specifico per studiare come arrivarci progressivamente»

E se le cose andassero storte il nostro eroe ha un piano B:

«Altrimenti inizieremo a mettere in atto azioni concrete per ottenere l’obiettivo comunque». Come? Per esempio «attraverso la sostituzione di Equitalia con una agenzia di riscossione regionale che potrebbe riscuotere anche i tributi nazionali: a quel punto, prima li riscuotiamo e poi vediamo…»

Ottima idea. Potrebbe funzionare, a patto di arruolare non solo le milizie delle valli bergamasche con i loro proiettili da 300 lire come diceva l’Umberto mille anni addietro.

Sul referendum sull’euro, andrebbe anche bene se non vi fosse una lieve controindicazione: prescindendo dal fatto che i sondaggi (certamente taroccati dalla spectre del partito unico dell’euro) indicano che nei paesi chiave dell’Eurozona i favorevoli al mantenimento della moneta unica oscillano sorprendentemente tra il 60 ed il 70 per cento, e prescindendo anche dal fatto che le consultazioni grilline e padane resterebbero senza seguito per motivi costituzionali (ma quello non sarebbe realmente un problema, visto che le costituzioni esistono per essere spazzate via dalle rivoluzioni), resta il non lieve problema operativo di quello che accadrebbe se un paese annunciasse la propria fuoriuscita dalla moneta unica.

Accadrebbe una subitanea fuga di capitali che paralizzerebbe le nostre banche, che finirebbero col non potersi più indebitare presso la Bce per le proprie esigenze di liquidità, ed il governo pro-tempore dovrebbe imporre feroci controlli sui capitali, in attesa di partire con la stampa di moneta propria, che servirebbe anche per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e pure i deficit statali. Controlli sui capitali che non sono esattamente una passeggiata, né sono esenti da effetti collaterali piuttosto seri: chiedere, più che alla sfigata Cipro, alla leggendaria Islanda, quella che non aveva l’euro e quindi ha recuperato presto e bene, ma anche no. Perché questo è il problema principale di un eventuale processo di fuoriuscita dalla moneta unica: parliamone, ma cerchiamo pure di mettere in piedi un piano che funzioni. Noi al momento non ne vediamo alcuno, ma certamente è un nostro limite.

Ma non è neppure il caso di preoccuparsi troppo per le iniziative grillino-padane: sono innocue, ed hanno soprattutto la valenza di uno sfogo per il popolo frustrato. Forse è per questo che questo disgraziato paese non riesce ad esprimere governanti ma solo arruffapopoli da trivio. Un altro spread a nostro debito, si direbbe. E’ la democrazia, stupidi. O gli stupidi della democrazia.

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