Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Sintesi post-austera

in Discussioni/Economia & Mercato

Su Free Exchange, eccellente blog dell’Economist, Ryan Avent torna sulla disputa tra Rogoff-Reinhart e Paul Krugman, che sta ormai assumendo i connotati di un momento di psicanalisi collettiva della professione economica, ma tenta anche di compiere una sintesi, focalizzandosi sulle conseguenze di breve e di lungo termine dell’austerità.

Avent premette che Reinhart e Rogoff sono probabilmente stati citati in modo non del tutto corretto quali sostenitori dell’austerità mentre in realtà sono stati molto più vocali nel sostenere la necessità di svalutazioni dei debiti, come segnalato giorni addietro anche da Jeff Frankel. Per contro Krugman enfatizza, secondo Avent correttamente, che una protratta disoccupazione rappresenta una minaccia all’equilibrio fiscale di lungo periodo.

Avent cita un articolo di Joseph Gagnon, in cui viene commentato il post di Krugman ed un paper di Brad DeLong e Lawrence Summers, commentati (da differente posizione) da Tyler Cowen. Per farvela breve, ecco cosa scrive Gagnon:

«Nell’attuale contesto di tassi quasi a zero, il finanziamento dei deficit fiscali è insolitamente a buon mercato e la politica monetaria non riuscirà a compensare molti (o nessuno) degli effetti della politica fiscale sull’economia. Sotto queste condizioni, è effettivamente possibile che l’austerità oggi possa ridurre il futuro gettito fiscale in misura tale che il debito nazionale divenga più grande di quanto sarebbe risultato in assenza di austerità»

Questa è l’ipotesi di lavoro, che viene chiosata da Avent:

«Nelle attuali circostanze c’è poco guadagno fiscale di breve termine dal consolidamento di bilancio pubblico. Ma nella misura in cui i tagli lasciano la disoccupazione più elevata, più a lungo, di quanto sarebbe accaduto altrimenti, essi riducono il sentiero del livello di attività di lungo periodo peggiorando, a loro volta, l’onere dell’indebitamento pubblico, passato, presente e futuro»

«Questo è il cuore della questione: se i tagli fiscali, in Europa ed altrove, hanno fatto meno di quanto sperato nel ridurre l’indebitamento e più di quanto temuto nell’alzare la disoccupazione, allora essi sono stati peggio che inutili. L’Europa potrebbe aver fatto meglio a spingere su domanda ed offerta per la crescita. E’ una conclusione che segue dalle migliori parti del lavoro di Reinhart e Rogoff. Ma di solito non è da loro che ne sentirete parlare»

Se siete ancora con noi, la sintesi del discorso è questa: l’austerità, intesa come riduzione del deficit strutturale di bilancio, in un contesto di tassi a zero (e quindi di ridotta o nulla efficacia della politica monetaria), tende ad innalzare la disoccupazione ed a renderla persistente, cioè di lungo periodo. Questo, a sua volta, riduce il potenziale di crescita dell’economia e riduce lo sviluppo del gettito fiscale. Quindi, in un contesto del genere, sarebbe servita una manovra “avvolgente” dal versante sia di stimoli “keynesiani” alla domanda che di riforme dal lato dell’offerta (mercati del lavoro, politiche della concorrenza).

In Eurozona, questo avrebbe significato l’utilizzo di forme di mutualizzazione del debito o di trasferimenti da un Tesoro comunitario centralizzato (oltre ad una Bce travestita da Fed, cioè con una aggressiva politica monetaria non convenzionale), e riforme dal lato dell’offerta supervisionate da una entità centrale, passando per la necessaria democratizzazione delle istituzioni comunitarie. E’ evidente che nulla di ciò è avvenuto, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Curiosamente ma non troppo, oggi la Corte dei conti italiana esprime concetti simili a quello di Krugman sulla perdita di gettito fiscale di lungo periodo, nel Rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica:

«L’adozione di una linea severa di austerità – oggi oggetto di critiche e ripensamenti – non ha, peraltro, impedito che gli obiettivi programmatici assunti all’inizio della legislatura fossero mancati. Ché, anzi, alla luce dei risultati, l’intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei paesi europei è stata, essa stessa, una rilevante concausa dell’avvitamento verso la recessione. In Italia, nel periodo 2009-2013 la mancata crescita nominale del Pil ha superato i 230 miliardi: un dato sintetico che fornisce una immediata percezione delle difficoltà di gestione del bilancio pubblico mentre l’economia non cresce più. Nell’arco della legislatura, la perdita permanente di prodotto si è tradotta in una caduta del gettito fiscale anche superiore alle attese (quasi 90 miliardi meno della proiezione di inizio periodo), ma non in una riduzione della pressione fiscale, che anzi è aumentata rispetto al 2009 di oltre un punto in termini di Pil»

Che poi è il concetto di “austerità ottusa” sdoganato tempo addietro dal professor Ugo Arrigo su un sito non propriamente keynesiano. Ora che abbiamo una soddisfacente sintesi diagnostica e terapeutica pro futuro, riusciremo ad evitare guerre di religione tra keynesiani ed offertisti? No, vero?

P.S. – Offtopic: non per essere speciosi, ma la Corte dei conti di un paese sviluppato ha facoltà e licenza di sconfinare in valutazioni afferenti la politica fiscale e, più in generale, economica? Così, solo per chiedere.

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