Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La matrioska del mercato interno

in Discussioni/Economia & Mercato/Unione Europea

Mentre in Unione europea si dibatte (oggi meno che un tempo) sui modi più opportuni per spingere il completamento del mercato unico e creare crescita, problemi analoghi riaffiorano nei paesi in maggiore difficoltà economica e che cercano di stimolare la crescita, oltre che di controllare la spesa pubblica prodotta dalla propria periferia. Come in una matrioska maligna, qualcuno è sempre la “periferia” di qualcun altro, ed i guai si moltiplicano.

E’ il caso, come segnala Bloomberg, della Spagna, dove il governo centrale di Madrid sta sviluppando un robusto contenzioso con alcune delle proprie 17 regioni semi-autonome (il problema e l’equivoco stanno proprio in quella caratterizzazione parziale, semi-autonome), sia per esigenze di contenimento del deficit che per promozione della crescita. Mesi addietro Madrid ha avviato l’iter parlamentare della Legge dell’Unità del Mercato che, come dice il nome, serve a rimuovere gli ostacoli burocratico-amministrativi locali all’insediamento e funzionamento delle imprese. Per quanto possa sembrare impossibile, nell’anno di disgrazia 2013, vi sono paesi della Ue in cui esiste l’impellente necessità di completare il proprio mercato interno, per stimolare la crescita. Dall’idraulico polacco a quello andaluso il passo pare terribilmente breve, in questa crisi che causa miraggi da chilometro zero e denominazioni di origine protetta e protezionistica.

La realtà è che è verosimile attendersi che in ogni paese Ue vi siano attriti locali e localistici che producono un qualche grado di “imperfezione” al mercato interno. Tali attriti restano a lungo dormienti sin quando la crescita non si interrompe e la crisi inizia a mordere in modo feroce, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’entità sovrana, minacciata da dissesto e default, ed occorre quindi mettere in campo ogni risorsa, se del caso travolgendo le “autonomie” locali, per sigillare i rubinetti di spesa pubblica e concretizzare sino all’ultimo decimale di punto percentuale di Pil di crescita potenziale.

Noi italiani abbiamo, come noto, il famigerato Titolo V della Costituzione, che crea contenziosi tra stato e regioni sulla linea di demarcazione tra competenze esclusive e concorrenti; la Spagna, che neppure è stato federale ma semplicemente uno stato di autonomie locali alimentate da un sistema di finanza pubblica largamente derivata, ha problemi equivalenti. Come riferisce Bloomberg, ad oggi sono soprattutto tre regioni a resistere all’azione di Madrid. Le Canarie, ad esempio, hanno portato il governo centrale davanti alla Corte costituzionale per una legge che rendeva più flessibili gli orari dei negozi, su cui invece la competenza sarebbe dell’Autonomia locale.

La legge sull’Unità di mercato, la cui approvazione è prevista nei prossimi mesi, stabilisce il principio in base al quale un’azienda potrà operare su tutto il territorio nazionale, una volta ottenuto il permesso in una regione. Pare incredibile che già oggi non sia così, ma tant’è. In conseguenza di questa assai tardiva “rivoluzione”, circa 4.000 norme locali dovranno essere modificate o cancellate, e già si attendono conflitti di competenze.

Ma il conflitto c’è anche nella gestione degli interventi di contenimento della crisi: quando il governo di Madrid ha messo mano ai costi di finanziamento del sistema sanitario nazionale, due tra le regioni più ricche del paese, Catalogna e Paesi Baschi (quest’ultima, a differenza della prima, gode di reale autonomia fiscale) hanno risposto in maniera differenziata. La prima ha alzato i costi a carico dei pazienti oltre quanto stabilito da Madrid, la secondo ha ignorato i cambiamenti introdotti, e non ha visto il calo in doppia cifra della spesa farmaceutica registrato dalle altre regioni autonome.

La crisi richiede e richiederà sempre più, in futuro, di ridisegnare i confini delle autonomie locali, soprattutto in regimi di finanza pubblica derivata (cioè con trasferimenti dallo stato centrale verso le regioni, con relativi squilibri “perequativi”). Vista la situazione italiana, anche noi avremo identico destino. Anche per le autonomie locali e l’eventuale percorso verso un improbabile federalismo “all’italiana”, varrà la regola generale di questa crisi: non si può riformare sotto le bombe. All’aggravarsi della crisi fiscale sovrana, quindi, si può ipotizzare o la capitolazione delle autonomie locali, ampie o ristrette che siano; oppure, in casi estremi e catastrofici, conflitti secessionistici molto aspri, al limite dello spargimento di sangue. In questo secondo caso, sarebbe altrettanto probabile il collasso del mercato “interno” nazionale, e sarebbe quindi il caos più completo.

Con buona pace delle scemenze leghiste da salotto sul 75 per cento di tasse che devono restare in loco. Questo resterà un bel tema per ammaliare i gonzi (sempre meno, nel caso della Lega, si direbbe) durante le campagne elettorali, oppure servirà finalmente chiamare alle armi i bergamaschi ed i loro proiettili da trecento lire, rigorosamente di vecchio conio. La sveglia suona da tempo, inutile premere ripetutamente il tasto del pisolino.

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