Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Spingere su una stringa

in Economia & Mercato/Italia

Per la serie “detesto dire che ve lo avevo detto” (che poi, nella quasi totalità dei casi, non è vero), oggi siamo stati informati che il “bonus giovani” del governo Letta, nel mezzo del cammin di sua vita, sta producendo un numero risibile di nuovi assunti.

Questa era realmente una profezia troppo facile, in ipotesi di sostanziale assenza di ripresa economica. Provvedimenti di questo tipo sono l’equivalente di esercitare un’azione di spinta avvalendosi di una stringa. Senza contare, come scritto in un post esattamente un anno addietro, che non vi è modo di sapere se parte delle assunzioni non sarebbero comunque avvenute, un po’ come per il credito d’imposta sugli investimenti. Ma non quello del governo Renzi, che ha un tale mismatch temporale tra esborso e beneficio fiscale da renderne il valore attuale netto una barzelletta.

Tornando al bonus giovani, che Enrico Letta ed il suo governo presentavano come la soluzione dei mali del mondo o qualcosa di molto vicino ad essa, noi scrivevamo:

«Occorre anche considerare l’efficacia di misure di sussidio transitorio nella determinazione della domanda di lavoro da parte delle imprese e la possibilità che tali assunzioni, come osserva Boeri, sarebbero comunque avvenute. Difficile poi non vedere l’esistenza di un mismatch tra sussidi a tempo determinato (18 mesi per le nuove assunzioni, fino a 12 mesi per le trasformazioni in tempo indeterminato di preesistenti contratti di lavoro a tempo determinato) e rapporti di lavoro a tempo indeterminato, quelli che si vuole promuovere. Se restano elevati costi, diretti ed indiretti, relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro, un sussidio pari ad un terzo della retribuzione finirà con l’essere snobbato dalle imprese, a causa del peso prevalente dell’incertezza, che è un fattore che entra pesantemente nelle decisioni degli agenti economici, assunzioni incluse»

Eppure non era così difficile:

«Più che altro resta da tenere presente che, se un’azienda sperimenta una contrazione della domanda per i beni e servizi da essa offerti, è assai difficile immaginare che possa esistere trazione all’assunzione, e conseguente domanda di lavoro. Questo spiega perché, data la debolezza congiunturale, sarebbe preferibile (ed in realtà assolutamente prioritario) agire per tagliare il cuneo fiscale. In una prima fase, l’attuale, data la debolezza congiunturale, questa azione avrebbe in prima approssimazione un ruolo difensivo degli attuali livelli occupazionali. Ma, come noto, il taglio del cuneo fiscale costa troppo, e noi siamo troppo impegnati a discutere di Imu ed Iva»

L’aggiustamento, proseguiva quel post di 365 giorni addietro, è destinato ad avvenire dal lato delle retribuzioni nominali. Purtroppo. Serviva partire per tempo con misure difensive, come utilizzare ogni risparmio per tagliare il cuneo fiscale (quello vero, non erogare una mancia elettorale di 80 euro non coperta, come fatto a questo giro). E, poiché in questo paese le lezioni della realtà vengono apprese a suon di randellate, aspettate a vedere come andrà la riforma del contratto di lavoro a tempo determinato in persistente latitanza della domanda. Anche in questo caso il governo pro-tempore, dal premier al ministro del Lavoro, sino a prestigiosi studiosi (a volte con effetti piuttosto comici), è convinto che questa misura serva davvero a creare occupazione. Contenti loro. La maledizione della stringa colpisce ancora.

Però a questo giro abbiamo anche le contromisure: Matteo Renzi annuncerà che, per cambiar verso all’Italia, non servono cento giorni né mille, ma almeno diecimila. La accendiamo?

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