Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Spagna, occupazione in crescita grazie ai servizi

in Economia & Mercato/Esteri/Unione Europea

L’istituto nazionale spagnolo di statistica ha comunicato che nel secondo semestre di quest’anno l’occupazione nel paese è aumentata di ben 402.400 unità, dei quali circa due terzi a tempo determinato. La variazione annuale è positiva per 192.400 persone, ed è la prima volta che accade dal secondo trimestre 2008, quando la crisi non si era ancora abbattuta sulla Spagna, devastandola. Va tutto bene, quindi? Come sempre, leggere i dati aiuta a diradare almeno in parte la nebbia delle facili inferenze.

Intanto, e premesso che il dato è certamente positivo, colpisce un fatto: la nuova occupazione su base annua viene esclusivamente dal settore dei servizi. Negli ultimi dodici mesi, infatti, il terziario ha creato quasi 264.000 nuovi impieghi, mentre gli altri tre settori (industria, costruzioni, agricoltura) hanno distrutto occupazione. Entro il terziario, inoltre, quasi un terzo della nuova occupazione annuale viene dal settore alberghiero, che beneficia della ripresa del turismo spagnolo, uscito dalla crisi in condizioni molto competitive, mentre i nostri albergatori reagiscono discettando di meteo-terrorismo e richiesta di danni per errate previsioni (sempre meteo, non economiche). Sempre in variazione annua, il comparto “sanità e servizi sociali” ha creato altri 65.000 impieghi, mentre se ne sono persi 55.000 nel settore dell’istruzione.

Non bisogna essere troppo schizzinosi di fronte alla creazione di occupazione, sia chiaro. Nel trimestre appena trascorso, poi, dopo molti anni è pure lievemente aumentata la dimensione della forza lavoro, con reingressi di persone in precedenza scoraggiate. Tutto ciò premesso, e prima che il frastuono nostrano del “facciamo come la Spagna” ci sovrasti, è utile riflettere su alcuni punti.

In primo luogo, questa ripresa di occupazione giunge ad oltre due anni dalla riforma del mercato del lavoro spagnolo, che ha fortemente ridotto protezioni e costo dei licenziamenti. Quindi, inferire un legame di causa ed effetto, pur al netto dei fisiologici ritardi dell’economia, appare piuttosto spericolato. Poi, serve contestualizzare i dati: la Spagna ha appena iniziato ad intaccare una disoccupazione da Armageddon. Terzo punto: non bisogna leggere troppo da un singolo dato ma è difficile pensare che un paese possa crescere nel lungo periodo se la sua economia viene spinta solo dal turismo: con tutto il rispetto per il settore e la sua rilevanza, il valore aggiunto si crea altrove ed in altro modo. La Spagna da paese di muratori a paese di camerieri?

Attendiamo i dati di Pil del secondo trimestre, sapendo che nel primo buona parte della crescita è stata fatta da consumi pubblici ed inoltre che oggi la Spagna, anche grazie alla ripresa, vede la ricomparsa di deficit nel saldo merci del commercio estero per via di andamento non brillantissimo dell’export ma soprattutto di aumento delle importazioni. Se questa tendenza dovesse affermarsi, il commercio estero finirebbe col sottrarre contributo alla crescita e non aggiungerne, evidenziando la fallacia di un miglioramento del saldo commerciale fatto in misura non trascurabile da compressione delle importazioni, cioè distruzione della domanda.

Da ultimo, resta la scommessa elettorale di Rajoy: un taglio di imposte in deficit, per il prossimo biennio, dopo aver serialmente sforato i target di consolidamento fiscale europei. Per essere un miracolo, quello spagnolo appare bisognoso di ulteriori conferme.

Lettura complementare consigliata: come sempre, su questo tema, Edward Hugh. Soprattutto ai nostri editorialisti pavloviani.

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