Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La Spagna ci indica la via. Ed è un campo minato

in Economia & Mercato/Esteri

Oggi la Spagna ci mostra quello che accade quando si realizza che questa crisi produce disoccupati di lunga durata, ad alto rischio di inoccupabilità. Sarà opportuno seguire da vicino fenomeni del genere, perché anche noi Grandi Riformatori italiani, con il nostro morticino chiamato Job Act, presto dovremo ragionare su queste problematiche. E scoprire, o meglio riscoprire, che abbiamo una gravissima penuria di risorse fiscali.

L’accordo firmato questa mattina alla Moncloa tra il premier Mariano Rajoy e le parti sociali prevede l’erogazione di un sussidio mensile di 426 euro per i disoccupati di lunga durata, iscritti da almeno un anno ai centri pubblici per l’impiego, con almeno un familiare a carico, che non percepiscano altri redditi eccedenti il 75% del salario minimo interprofessionale (ad oggi tale limite è di 483 euro mensili) e che abbiano esaurito da almeno sei mesi il sussidio “regolare” di disoccupazione. I candidati al sussidio devono comunque aver avuto un lavoro in precedenza. Il sussidio costerà tra 1 e 1,2 miliardi di euro ed interesserà tra 400 e 450.000 disoccupati. Durante il periodo di erogazione del sussidio straordinario, i disoccupati parteciperanno a un programma di orientamento al lavoro personalizzato, in base alla propria qualifica professionale. Avranno un tutore nel servizio di pubblico impiego, incaricato di orientarli verso possibili offerte di lavoro. La durata complessiva del programma concordato fra le parti sociali è di 15 mesi (dal 15 gennaio 2015 al 15 aprile 2016), anche se tre mesi prima della sua fine è prevista una revisione per valutare gli effetti e l’eventuale proroga.

Che si può dire di questo programma? Che rappresenta il “minimo sindacale” rispetto al fenomeno della disoccupazione di lungo periodo, che sta flagellando l’Eurozona (ma che nel corso di questa crisi è comparsa anche negli ultraflessibili Stati Uniti). La condizionalità dell’erogazione alla partecipazione a corsi di riqualificazione è la ormai classica finzione contro cui si stanno schiantando tutti i policymakers che ancora credono, in questa drammatica congiuntura, alla fiaba delle politiche di welfare to work.

L’erogazione del sussidio è ovviamente anche una risposta politica alla ascesa di Podemos. Il fenomeno dei disoccupati di lunga durata sarà centrale nelle agende politiche in Eurozona (e non solo) nei prossimi anni, e molte politiche pubbliche dovranno rispondere a questa criticità, anche se per vincoli fiscali si tratterà di risposte di pura sussistenza, e spesso neppure quella. Quello che accade in Spagna è il binocolo con cui scrutare il nostro futuro. Se è condivisibile l’idea di proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro, è parimenti vero che siamo nel peggior periodo storico possibile per attuare questo tipo di riforma, che comunque non ha alternative realistiche.

Per questo motivo, nel paese che già ha pochissime risorse per finanziare la nuova Aspi, il sussidio universale ordinario di disoccupazione, quando sentiamo il nostro premier ribadire ossessivamente, come fatto anche ieri in direzione Pd, che l’Italia ha scelto “un’altra via” rispetto alla Spagna, e cioè di contrastare la deflazione salariale attraverso gli 80 euro, o che il Job Act rilancerà il mercato italiano del lavoro, non possiamo che sorridere amaramente davanti ad una simile sprovvedutezza. O forse malafede.

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