Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il futuro italiano, tra ipoteche e perimetri

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia

Nei giorni scorsi è passata quasi inosservata la relazione della Corte dei conti sulle prospettive della finanza pubblica dopo la legge di Stabilità. Ed è un vero peccato, perché le osservazioni delle sezioni riunite in sede di controllo possono aprire uno squarcio di prospettiva su quello che ci attende, come comunità nazionale, nel breve e più lungo periodo.

L’antefatto è una legge di Stabilità che ha realizzato una assai modesta espansione, che è cosa ben diversa dalla grancassa governativa sul “taglio delle tasse per 18 miliardi di euro” (come già segnalato, qui), visto che questo taglio è un “lordo”, cioè non considera le coperture adottate e soprattutto la qualità delle medesime, in termini di potenziali distorsioni e disincentivi all’attività economica. Secondo la Corte dei conti, il problema sta nell’uso ed abuso delle clausole di salvaguardia, e nel loro potenziale di freno all’attività economica, sotto molteplici aspetti.

Come scritto nella relazione,

Per quel che riguarda le entrate, le principali coperture erano individuate in un rafforzamento
della lotta all’evasione (circa 3,5 miliardi di maggiori risorse attese) e in un cospicuo ampliamento delle clausole di salvaguardia alle quali, in particolare attraverso un aumento delle aliquote IVA (ridotta,10 per cento e ordinaria), veniva attribuito un gettito aggiuntivo di circa 13 miliardi nel 2016 e di 19 miliardi nel 2017.

Nell’insieme, sia le misure di contenimento della spesa, sia le coperture dal lato delle entrate, non mancavano di suscitare incertezze. Lo sforzo richiesto alle amministrazioni locali era importante nelle dimensioni, soprattutto se inserito nel percorso di riduzione delle risorse in atto da molti anni, mentre il nuovo utilizzo delle clausole di salvaguardia accentuava la tendenza, più volte stigmatizzata dalla Corte, di ipotecare il gettito futuro, riducendo in tal modo la leva fiscale per gli anni a venire. Pur essendo vero che questo “scambio” veniva inserito in un programma di sostituzione di imposte sul lavoro con imposte indirette, come auspicato da molti osservatori, il rilievo quantitativo della clausola di salvaguardia appariva tale da poter esercitare effetti negativi sulle aspettative degli operatori, col rischio di vanificare gli effetti espansivi attribuiti alla manovra.

Tutto molto chiaro: gli agenti economici temono che le clausole di salvaguardia scatteranno, e di conseguenza potrebbero evitare di spendere quanto messo a loro disposizione dal bilancio pubblico. E’ l’aspetto “ricardiano” quello che preoccupa la Corte dei conti, quindi, oltre ad una constatazione molto condivisibile: se la crescita riparte, crescono le risorse pubbliche (ed il gettito fiscale, per via spontanea), quindi forse possiamo farcela, ad evitare gli aumenti Iva. Se invece non vi fosse crescita, o se vi fosse una sorta di “crescita recessiva”, del tipo di quella che sta facendo fare la ola a scimmiette, cocoriti e disc jockey, saremmo nei guai. Che, detto nel linguaggio della Corte, significa questo:

Nell’equilibrio fra l’efficacia degli incentivi offerti a famiglie e imprese e l’incertezza generata dalle misure di copertura, il quadro macroeconomico svolgeva un ruolo centrale. Tanto più rapido si fosse rivelato il miglioramento della congiuntura, tanto più intenso avrebbe potuto essere l’alleggerimento dei vincoli di bilancio e quindi tanto più ampia la possibilità di modificare la parte meno robusta della manovra di finanza pubblica. Nel corso dell’iter parlamentare che ha condotto, a fine dicembre, alla stesura finale della legge di stabilità, mancavano tuttavia di manifestarsi segnali di miglioramento della congiuntura. La situazione è invece cambiata in meglio all’avvio del 2015.

Così pare, almeno. Ma è presto per dirlo. E’ tuttavia interessante quanto dichiarato oggi dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ad Antonella Baccaro del Corriere. Il ministro si dice certo di riuscire a disinnescare le clausole di salvaguardia mediante revisione di spesa. La realtà, a nostro giudizio, è che se ci sarà ripresa sventeremo il rischio solo grazie all’aumento di entrate fiscali da essa indotto. Nel corso dell’intervista, Padoan torna anche sugli 80 euro, e sul loro “potenziale inespresso”:

Ma gli 80 euro non hanno già esaurito la loro spinta?
«Non hanno ancora cominciato a mostrare Il loro impatto. Finora le famiglie li hanno usati per ripagare i debiti e risanare i bilanci. Quando sono stati introdotti, i critici hanno detto che erano una misura debole e temporanea che non avrebbe funzionato. Ora che è stata resa permanente e dunque si accumula, grazie alla maggior fiducia, la spesa ripartirà»

Serve definire il concetto di “fiducia”, però, e da cosa si origina. Se deriva dal fatto che il paese sta crescendo, e crescendo davvero, e con un mercato del lavoro che si stabilizza, smette di espellere gente e toglie dalla disoccupazione altra, allora le famiglie potranno spendere quei soldi senza timore di doverli prima o poi restituire attraverso maggiori tasse. Quindi il bonus di 80 euro potrebbe “accendersi” in modo ritardato, ed avrebbe comunque fallito la propria missione. Diversamente, non solo quei soldi resteranno congelati, ma avremo comunque ingessato il bilancio pubblico per dieci miliardi l’anno. Ma chiunque pensava, lo scorso anno, che questi 80 euro da soli ci avrebbero sollevati da terra tirandoci per le stringhe delle scarpe, ha preso un costoso abbaglio. Vero, ministro?

A proposito di ingessature di bilancio pubblico, ma questi margini di revisione di spesa esistono realmente? La Corte dei conti ha qualche dubbio:

(…) l’effettiva realizzazione di risparmi consistenti appare un traguardo molto difficile allorché ci si misuri con le limitate categorie di spesa realisticamente aggredibili, per le quali, tra l’altro, i margini ancora disponibili per ulteriori tagli sono ridotti dalle ripetute riduzioni di risorse intervenute negli ultimi anni (si pensi al blocco di lunga data delle retribuzioni pubbliche e al “bersagliamento incessante” dei consumi intermedi; una voce di spesa che incide per meno dell’1 per cento sul totale della spesa primaria corrente delle amministrazioni centrali). Di nuovo, dunque, va riaffermato che la condizione ineludibile per ridurre una troppo gravosa pressione fiscale è che si metta in discussione il perimetro stesso dell’intervento pubblico e che si reingegnerizzino i processi produttivi dell’amministrazione pubblica.

Interessante. Ecco quindi lo scenario che vi proponiamo: se la crescita ripartirà, si produrranno risorse fiscali che tuttavia sono già state prenotate: andranno a disinnescare le clausole di salvaguardia. Ciò significa che attendersi cali di pressione fiscale appare velleitario. Se la crescita non ripartirà, servirà “rimettere in discussione il perimetro stesso dell’intervento pubblico“. Che significa? Molte cose. Ad esempio, una sanità molto più “compartecipata” dai pazienti-utenti. Stesso discorso per il trasporto pubblico locale. Se ciò accadrà, alla fine avremo nel Pil maggiori consumi privati ma “forzosi”, perché imposti da questa compartecipazione. Ma avremo anche una spesa per consumi discrezionali fortemente vincolata e frenata. In un paese tra i più anziani del mondo, ricordate? Proprio per questo motivo, a quel punto, il tasso di risparmio precauzionale tornerà a salire, con somma irritazione del nostro premier. Che dovrà inventarsi altri slogan e cronoprogrammi col timeout.

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