Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Vaccinati contro i complotti

in Adotta Un Neurone/Economia & Mercato/Italia

Oggi, sul Sole, un articolo di Claudio Gatti analizza i principali elementi di accusa contro l’agenzia di rating S&P, così come evidenziati dalle carte aggiuntive prodotte dalla procura di Trani. Premesso che l’articolo è lungo e corposo, e che di conseguenza va letto integralmente; premesso altresì che in esso si segnala che S&P giunse a tagliare il rating della stessa Morgan Stanley, che l’impianto dell’accusa vorrebbe invece mandante del killeraggio sovrano del Belpaese; tutto ciò premesso, vi segnaliamo uno ed un solo punto.

Che poi non è “un punto” qualsiasi, ma quello che sembra essere il vero e proprio pivot dell’impianto accusatorio: la costruzione barocca che vedrebbe Morgan Stanley, in quanto “controllante”, o comunque azionista influente, di McGraw-Hill, a sua volta controllante di S&P, nel ruolo di mandante del downgrade italiano, per fare scattare la risoluzione di un contratto in quel momento fortemente passivo per la Repubblica Italiana. Ora, prescindendo dal fatto che Maria Cannata ha segnalato, deponendo proprio davanti ai pm di Trani, che la risoluzione di quel contratto è avvenuta non per violazione di un livello-soglia di rating sovrano ma per mark-to-market, cioè per eccesso di onerosità e rischio toccato da quel contratto, leggiamo cosa scrive oggi Gatti sul ruolo di Morgan Stanley sull’assetto proprietario di S&P:

Andando a ritroso il Sole 24 Ore ha verificato che effettivamente una quota di circa il 2,75% era all’epoca attribuita a Morgan Stanley. Ma non si trattava della banca, cioè di Morgan Stanley e Co. International Plc, bensì di Morgan Stanley Investment Management, (Msim), cioè della società di gestione che opera in modo del tutto autonomo dalla banca. Non solo: quel 2,75% rappresentava la quota “aggregata”, in altre parole era il totale delle quote di vari fondi gestiti da Msim. E al nostro giornale risulta che gli investimenti su McGraw Hill Financial erano il frutto di ben cinque diverse strategie di investimento (per la precisione: US Mid Cap Growth, US Growth, US Advantage, US Insight e Global Advantage), quindi di almeno altrettanti fondi diversi. Insomma gli investimenti erano distinti e decisi indipendentemente l’uno dall’altro. Quindi, ammesso e non concesso che S&P fosse pronta a farsi influenzare da uno specifico piccolo azionista della sua società-madre, nessun addetto ai lavori ritiene che quelle quote sminuzzate potessero in alcun modo essere usate come leva per forzare una decisione di rating

Che poi è esattamente quanto avete letto giorni addietro su un piccolo blog dal nome bizzarro, giusto? Comunque sia, ribadiamolo: se questa è l’architrave dell’impianto accusatorio, diremmo che la decisione del MEF di non costituirsi parte civile ha più che senso. Anche se apprendiamo che oggi le sedicenti associazioni dei consumatori stanno moltiplicando gli sforzi ed hanno presentato un esposto anche a Roma, per immancabile manipolazione di mercato, che pare decisamente essere la cosa che turba in modo ossessivo-compulsivo i sonni dei Ralph Nader de noantri, e della loro problematica capacità di comprensione della realtà.

Nel nostro piccolo, noi speriamo che (ad esempio) Renato Brunetta, da anni impegnato a cercare pistole fumanti ma che si getta a capofitto anche su cold cases che dimostrino la tesi del komplotto contro il governo Berlusconi, riesca a rileggere con più calma la vicenda di questi derivati, e ad evitare di sceneggiare un film che finirebbe nella solita commedia all’italiana. Invece, per il dibattito pubblico italiano e per i nostri media, noi auspichiamo che questo paese riesca finalmente a vaccinarsi contro le bufale, e magari che si giunga ad una maggiore e codificata specializzazione dei pool inquirenti, per evitare di scoprire un giorno che le banche d’affari causano anche autismo, dopo aver somministrato il vaccino trivalente alle agenzie di rating.

P.S. E siate gentili, tuttologi onnivori che pasturate i social network ed i forum: smettete di ripetere ossessivamente che “Lehman Brothers, prima di fallire, aveva la tripla A”. Non c’entra un beneamato con i rating sovrani e la loro metodologia di emissione, e peraltro neppure è mai stato vero. Possiamo smettere di dire idiozie, almeno parzialmente?

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