Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Vittime del tasso zero

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Il Financial Times si occupa del contraccolpo che il tasso zero (ma ormai sempre più spesso negativo) è destinato ad infliggere ad assicurazioni e fondi previdenziali. In particolare alle prestazioni contrattualmente fissate in altra era geologica, quella in cui i rendimenti obbligazionari erano confortevolmente positivi. Il mondo è cambiato, almeno così pare. Chi non si attrezza è perduto. Ma anche chi lo fa, rischia di avere scompensi non lievi, di vario tipo.

Il sistema pensionistico svizzero, ad esempio, appare a rischio di dissesto, con un buco stimato a 55 miliardi di franchi entro il 2030. In pratica dopodomani, parlando di previdenza. Alla base di tutto, il fatto che si tratta di un sistema a prestazioni definite, quindi invarianti al mutare delle condizioni dei mercati finanziari. I fondi svizzeri hanno infatti l’obbligo legale di corrispondere ai pensionati una rendita pari al 6,8% annuo del montante accumulato. Il rendimento contrattuale è stato stabilito nel 2003, quando l’aspettativa di vita era inferiore e, soprattutto, i rendimenti ottenibili dagli investimenti obbligazionari erano ben altri. Poi sono arrivati i tassi negativi ed il mondo è divenuto tossico, per i prodotti previdenziali ed assicurativi.

E qui cominciano i racconti e le leggende. Come quelli che narrano di fondi pensione che, per evitare di subire decurtazioni dai tassi negativi sui conti, sarebbero pronti a materializzare la liquidità in banconote e depositarla in forzieri. Oppure (più realistico), si comincia ad esaminare l’opzione di investimenti alternativi, come infrastrutture ed immobiliare. In altri casi si pensa ad erogazioni dirette di prestiti, ad esempio di mutui a pensionati o per acquisto di beni strumentali alle categorie assistite. Tutto finalizzato ad aumentare la redditività degli attivi dei fondi pensione.

Il problema ovviamente non si porrebbe (o meglio, si scaricherebbe sugli assicurati), se il piano pensionistico cessasse di essere a prestazioni definite e si limitasse ad essere a contributi definiti. Nel senso che il montante finale, da cui si origina la rendita, sarebbe frutto esclusivo delle condizioni dei mercati nel periodo di investimento. In alternativa, e come soluzione al margine, il governo svizzero sta valutando la riduzione del coefficiente di conversione, dal 6,8 al 6%, e l’aumento delle contribuzioni. Ma questa soluzione suscita ovvie e forti resistenze oltre a ridurre reddito disponibile, cioè consumi correnti.

Il regime di tassi d’interesse prossimi allo zero, e comunque ai minimo storici assoluti, colpisce le assicurazioni ed i fondi pensione in vari modi, ad esempio quello attuariale. Il debito dell’assicuratore verso l’assicurato dipende dal rendimento degli attivi investiti ma anche dal tasso al quale i medesimi vengono scontati, ad un tasso d’interesse che ormai è sempre più piccolo. Di conseguenza, il debito attuariale degli intermediari assicurativi si gonfia, anche se non si tratta di piani a benefici definiti. E’ il caso di molti fondi pensione aziendali di imprese globali, spesso costrette a contribuzioni aggiuntive per ridurre lo sbilancio. Poi ci sono i problemi ed i piagnistei delle assicurazioni tedesche, che hanno venduto polizze con rendimenti minimi garantiti che, per quelle più datate, arrivano anche al 4%, e che oggi si trovano a rischio di asfissia finanziaria.

Come si nota, si tratta di un tema molto rilevante per il futuro previdenziale di milioni di persone, in tutto il mondo sviluppato. Noi italiani ne vediamo uno spicchio nell’esigenza che i fondi pensione e le casse previdenziali investano parte delle proprie risorse nell'”economia reale”. Ovviamente, con tutte le distorsioni del caso italiano, che sono soprattutto di natura fiscale e riconducibili all’abituale manomorta italica. Al di là ed oltre queste asfittiche dimensioni c’è un mondo che cambia profondamente, là fuori.

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