Andrà molto peggio, prima di andare meglio

C’è sempre qualcuno più cantastorie di te, che te le canta

in Economia & Mercato

Da alcuni giorni sui mercati finanziari è in atto un movimento che genericamente potremmo definire di correzione del grande rally (o forse meglio sarebbe definirlo grande ubriacatura) degli ultimi mesi. In sintesi, tutte le magiche congiunzioni astrali che avevano concorso a produrre la speranza di una vigorosa ripresa dell’Eurozona (cambio dell’euro, rendimenti obbligazionari, prezzo del greggio) stanno sperimentando una inversione di tendenza che ha preso vigore negli ultimi giorni. Solo una correzione o altro? E come impatterà questo movimento sull’economia reale?

I mercati sono spesso caratterizzati da una psicologia di tipo bipolare: a fasi di euforia seguono momenti di forte preoccupazione, dagli occhiali a lenti rosa del dottor Pangloss al “moriremo tutti!”. In questi ultimi anni questa psicologia bipolare ha messo salde radici. Attraverso operazioni non convenzionali di politica monetaria, iniziate dalla Fed e proseguite da tutte le altre banche centrali dei paesi sviluppati, i mercati hanno ricevuto dosi crescenti di antidolorifico ma anche di stimolanti. Il risultato è stato una crescente propensione per il rischio che ha indotto ribilanciamenti di portafoglio in uscita da un obbligazionario che ha finito col rendere sempre meno (ed ha premiato chi aveva titoli a lunga scadenza e tasso fisso) ed in entrata su azionario ed obbligazioni societarie.

In Eurozona, in particolare, la pur fondata preoccupazione per l’affermarsi di una deflazione “cattiva”, gli acquisti di titoli di stato da parte della Bce, il clamoroso crollo del prezzo del greggio hanno spinto i rendimenti a livelli surreali o meglio compatibili con una  persistente e perniciosa deflazione. Come spesso accade, a condizioni estreme (sia di mercato che della psicologia che le ha generate) fanno seguito fasi di segno opposto, alimentate da un mercato polarizzato, cioè in cui le scommesse appaiono a senso unico. Sono i cosiddetti “trade affollati” (crowded trades), in cui cioè tutti fanno la stessa cosa. In simili condizioni, basta uno che gridi “al fuoco” in un teatro strapieno, e si rischia il massacro.

La reazione è partita da alcuni grandi investitori, sul greggio. Si è creata una vistosa divaricazione tra hedge fund ed operatori di mercato petrolifero. I primi, che vivono (e a volte muoiono) di macro-scommesse, hanno deciso che fossimo alla vigilia di una forte ripresa delle quotazioni; i secondi erano e sono convinti delle persistenti condizioni di depressione della domanda. Al momento stanno prevalendo i primi, veri elefanti nella cristalleria che hanno scatenato acquisti da ricoperture, in un mercato quasi universalmente convinto che il prezzo del greggio fosse destinato a scendere ulteriormente. Se lo chiamano overshooting, un motivo ci sarà. Un rialzo del 50% dai minimi di gennaio è qualcosa di molto simile ad un controshock petrolifero, con buona pace di quanti hanno sceneggiato film di un certo tipo ed ora saranno costretti a riscrivere ampie parti del copione.

Il rialzo dei prezzi del greggio significa inflazione, in prima approssimazione. Ecco quindi che i mercati cadono dal letto ed esclamano “santo cielo, ma allora i rendimenti obbligazionari sono dannatamente bassi!”, e via a vendere. I rendimenti risalgono e d’incanto ci si accorge che il cambio dell’euro è troppo basso: quindi si compra la moneta unica. Ehi, aspetta un attimo: ma se i rendimenti aumentano e il cambio dell’euro si rafforza, questo significa che il futuro dell’azionario dell’Eurozona non è così radioso: presto, vendiamo! E così via.

A questo punto, accadono due cose (ne accadono molte di più, in realtà, ma semplifichiamo): da un lato, gli economisti corrono a razionalizzare ex post i movimenti di mercato, con i loro eleganti modelli, e si esibiscono in previsioni solitamente molto assertive. Già pare di leggere e sentire dotte spiegazioni sul “QE di Draghi che funziona, e che è riuscito a far sparire la deflazione”. Certo, come no. Ah, a margine di tutto ciò servirebbe ricordare che i rialzi del prezzo del greggio tendono in realtà ad essere deflazionistici e non inflazionistici, ma questa non tutti l’hanno ancora afferrata. L’altra cosa che accade è che i movimenti di mercato tendono a plasmare l’economia reale, rendendo terribilmente obsolete le narrative da cui siamo quotidianamente bombardati. Giusto per fare un esempio de minimis, diciamo che questi mercati rischiano di rendere piuttosto velleitario il DEF del governo italiano e tutti i suoi tesoretti, veri e (soprattutto) presunti. Così come di rendere piuttosto patetici (o più propriamente ridicoli) alcuni storytelling sul motore primo di questi movimenti di mercato.

In estrema sintesi: c’è sempre qualcuno più cantastorie di te, che te le canta.

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