Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Not too bad (bank)

in Economia & Mercato/Italia

Mentre i giornali, soprattutto quelli locali, sono ormai diventati enormi buche delle lettere da cui si levano alti lai sulla “insensibilità” ed “ottusità burocratica” della Commissione Ue, che tarderebbe a sdoganare la bad bank di Stato italiana, vista da molti come rimedio ai mali del mondo (gli alti lai sono “ispirati” da banchieri, soprattutto locali, che cercano in tal modo di trarsi d’impaccio da politiche di credito non sempre accorte), giunge un commento in piena controtendenza, e che dovrebbe far riflettere.

Il commento è dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, nel corso della conference call di presentazione agli analisti dei conti trimestrali della banca. Per Messina non c’è alcuna fretta di precipitarsi a stralciare dai bilanci le sofferenze, cedendole:

«Preferisco aspettare fino al recupero delle garanzie reali. Non c’è nessuna intenzione di fare dismissioni al prezzo di oggi perché potremmo avere un prezzo migliore a fine 2015 e nei prossimi anni»

Ovviamente, occorre distinguere tra i crediti e le garanzie che li assistono. Ma una considerazione s’impone: in un contesto congiunturale in miglioramento, anche il recovery value delle sofferenze creditizie tende a migliorare, allo stesso modo in cui molti incagli tornano in bonis, anche se spesso occorre sudare. Ed è del tutto razionale, se ci si aspetta un effettivo miglioramento dell’economia, non precipitarsi a cedere i bad loans. Chi preme furiosamente per farlo ora, per giunta con garanzia pubblica di incerta configurazione ed attivazione, ha scelto deliberatamente di ignorare la possibilità che il valore di recupero dei crediti possa aumentare in corso d’anno.

Che dovrebbe farci pensare, ciò? Che forse il valore di bilancio di quei crediti, rettificato per gli accantonamenti a perdite, non è esattamente “realistico”, e quindi serve liberarsene a prezzi di vendita “confortevoli”? A pensar male si fa peccato, eccetera eccetera. Come che sia, è sempre troppo facile prendersela con “gli ottusi burocrati di Bruxelles” ogni volta che si tenta di ottenere dallo stato se non un pasto, almeno una robusta merenda gratuita. E -ribadiamo- il fatto che il governatore della Banca d’Italia insista sull’esigenza di una bad bank pubblica inquieta perché pare suggerire che sotto il tappeto vi sia qualcosa di realmente radioattivo.

Per questo sarebbe opportuno seguire altre strade, più razionali. Ad esempio consentire la detraibilità fiscale delle perdite su crediti nell’anno in cui sono stralciate dal bilancio, come accade nel resto d’Europa, mentre oggi in Italia la deducibilità fiscale è spalmata in un quinquennio. La misura avrebbe un costo certamente non lieve ma che potrebbe essere accomodato, magari con soluzioni eterodosse ma non troppo quali l’anticipazione delle imposte sugli utili presunti delle banche del biennio successivo. Si, lo sappiamo: è una misura che fa storcere il naso ma possiede innegabili vantaggi, non ultimo quello di non creare sospetti di aiutino ai banchieri. Altre misure irrinunciabili sono tutte quelle finalizzate ad abbattere i tempi della giustizia civile, per l’escussione dei crediti. Già questo, se ben realizzato, determinerebbe l’innalzamento del valore di recupero dei bad loans, e vivrebbero tutti o quasi più felici e contenti.

Se poi il problema è e resta quello di banche, soprattutto piccole, che stralciando quei crediti si scoprirebbero sottocapitalizzate sulla soglia del dissesto, occorre prenderne atto e chiamare le cose col loro nome. Gli editoriali sdegnati e le letterine ai giornali sono parte dell’italico tartufismo autoassolutorio. Serve liberarsi di quello, prima ancora dei crediti deteriorati.

AggiornamentoAppunto.

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