Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La clausola degli investimenti dimezzati

in Economia & Mercato/Italia

Una cosa che forse è sfuggita al grande pubblico è che la legge di Stabilità per il 2016 ha stabilito che circa la metà dei tagli di spesa di pertinenza dei ministeri sia quella in conto capitale. Detto in altri e più comuni termini, quella per investimenti pubblici. Traccia della riduzione di spesa pubblica per investimenti si rinviene anche nella Nota di aggiornamento al DEF, nelle tavole relative al conto della P.A. a legislazione vigente. Di certo ci sfugge qualcosa, ma per un governo che a giorni alterni si esibisce in giaculatorie sull’importanza di rilanciare gli investimenti, questa pare una lieve anomalia.

Nella Nota di aggiornamento al DEF, trovate il dato alle pagine 32, 33 e 34. In particolare, la flessione delle spese in conto capitale per il 2016 risulta pari al 2,6% e per il 2017 addirittura al 7,3%. Ora, facciamo a capirci: non si vuole qui negare che, molto spesso, la spesa pubblica per investimenti si sia risolta in uno spreco, o comunque in opere a basso impatto di efficienza ed efficacia, quando più propriamente non abbia mascherato spesa corrente. Magari il governo Renzi ha deciso che serve stimolare l’investimento del settore privato, che prenderebbe il testimone dal pubblico, ed in questa chiave è possibile leggere la norma sul super-ammortamento al 140%, anche se c’è sempre motivo di cautela e scetticismo su norme fiscali che inducono anticipazione di spesa per beni durevoli (come la rottamazione degli autoveicoli) o investimenti, perché così facendo di fatto si “prende a prestito” dal futuro.

Anche con questa ipotesi, tuttavia, si fatica a comprendere per quale motivo il governo ha dimezzato la spesa per acquisto di beni e servizi per l’informatica e le telecomunicazioni da parte della pubblica amministrazione, come segnala oggi Massimo Russo su la Stampa, taglio quantificato in 2,5 miliardi di euro. In pratica, un bel colpo al potenziamento delle leggendarie banche dati, quelle con cui contrastiamo l’evasione di quanti usano sistemi di pagamento tracciabili, ma un impatto negativo anche su Inps, enti locali ed istituzioni di ricerca quali Cnr, Agenzia spaziale italiana, Infn, Itt, Inaf. Si tratta peraltro della conferma di un trend in atto da anni, che vede un costante ridimensionamento della spesa per hardware e software.

Forse vi diranno che quel trend è riferito alla spesa nominale, che la spesa per ICT ha andamento strutturalmente deflazionistico perché i costi di hardware e software tendono a scendere, oppure che con questo paletto il governo punta ad indurre recuperi di efficienza nel procurement. Tutto può essere, ma parliamo di un taglio del 50% alla spesa per ICT, quindi delle due l’una: o la gestione di questi investimenti è sinora stata in mano a dei ladri (il che in astratto non si può neanche escludere), oppure andremo ad incidere sulla carne viva della modernizzazione digitale della P.A. Allargando lo sguardo, la contrazione della spesa per investimenti pubblici non è realmente una novità: vi ricorreva pesantemente anche Romano Prodi ai suoi tempi, e le motivazioni non erano dissimili dalle attuali. Per non parlare di Berlusconi e Tremonti. Resta che il taglio della spesa per investimenti è nel breve termine meno politicamente problematico di quello di spesa corrente. Sin quando non arriva Draghi a ricordare che il taglio della spesa per investimenti pubblici danneggia la crescita di lungo periodo dell’economia. Forse anche in un paese di cleptocrati come l’Italia.

Tutto mentre il nostro premier chiede ed ottiene dalla Ue la “clausola per gli investimenti”, con cui co-finanziare spesa corrente e taglio della Tasi (il resto, ed il grosso, viene coperto a deficit), e giornalmente canta le lodi della digitalizzazione e della banda ultralarga, che non è un gruppo musicale di taglie extra forti. Continua a sfuggirci qualcosa.

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