Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Un Corriere phastidioso

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Oggi sul Corriere, a pagina 49, compare un commento di Danilo Taino, corrispondente dalla Germania e statistics editor, dal titolo “Le banche tedesche e gli aiuti contro la crisi“, che riprende i dati contenuti in questo post. Sempre un piacere essere d’aiuto alla stampa italiana, se capita.

Scrive Taino:

Ogni Paese va in crisi a modo suo. E ne esce a modo suo. In questi giorni si è molto parlato dei 270 miliardi che la Germania ha versato nelle casse delle proprie banche durante la crisi scoppiata nel 2008 e seguita negli anni successivi. Per paragonarla alla situazione italiana dove gli interventi sono stati molto minori. Detta così, la cifra però non spiega molto. Meglio capire di cosa si tratta.

Sulla base dei numeri pubblicati dalla Commissione europea ed elaborati dal sito Phastidio.net, si nota che i cosiddetti aiuti non sono un blocco unico ma sono costituiti da tre categorie: le ricapitalizzazioni delle banche, i cosiddetti asset relief, le garanzie emesse a favore degli istituti. In termini di ricapitalizzazioni, tra il 2008 e il 2013 — cioè nel periodo critico della crisi — il governo tedesco è intervenuto nel capitale delle banche per 64,17 miliardi, il 2,34% del Pil della Germania. Questo esborso di denaro è stato in larga parte determinato dal fatto che più del 35% del sistema bancario tedesco è pubblico: ogni qualvolta avviene un aumento di capitale, lo Stato deve fare la sua parte. Situazione discutibile in un’Europa che si dice a favore di un mondo del credito separato dallo Stato: obbligatorio però quando si trattava di evitare crolli bancari che avrebbero moltiplicato gli effetti della crisi.

In termini di asset relief, invece, Berlino è intervenuta con 79,97 miliardi. Si tratta di interventi con i quali lo Stato si prende in carico crediti di bassa qualità delle banche ma con un meccanismo di penalizzazione di queste piuttosto radicale e stabilito dalla Commissione europea per impedire che si trasformi in aiuto di Stato. Nel complesso, dunque, il governo tedesco non ha aiutato le banche con 270 miliardi ma con poco più di 144 miliardi, il 5,3% del Pil. Nello stesso periodo, l’Italia è intervenuta con soli 7,5 miliardi di ricapitalizzazioni, lo 0,5% del Pil: sostanzialmente per vincoli del bilancio pubblico. A questo, vanno aggiunte le garanzie. Al picco, sono arrivate a quasi 140 miliardi in Germania (5,11% del Pil) e a quasi 86 miliardi in Italia (5,49%). A fine 2013, però, le garanzie tedesche erano ridotte a tre miliardi mentre quelle italiane rimanevano a quasi 82 miliardi.

Di base, a stabilire il modo di affrontare una crisi sono soprattutto le caratteristiche di un sistema bancario e le possibilità effettive del bilancio pubblico che ci sta dietro.

Siamo fiduciosi che l’ultimo paragrafo del commento di Taino possa essere utile a quanti “serve un’analisi politica, non tecnica”. Ohibò, e io che pensavo che prima venissero i numeri e poi le “analisi” di complotto. Ma sono fiducioso che, se la leggete sul Corriere, magari riuscirete a capire che per salvare le banche con soldi pubblici serve capacità di fare debito. Sono logiche complesse, lo so, ma riuscire a coglierne l’essenza può aiutare a vedere il mondo con occhi meno annebbiati.

Un piccolo phastidioso P.S., unito ai ringraziamenti a Taino per aver ripreso il mio post: i dati della Commissione Ue sono pubblici, basta cercarli ed interpretarli. E non serve un rocket scientist, perché i medesimi sono perfettamente ordinati ed intelligibili. Il lavoro poteva anche essere fatto da Milano o da Roma, ma il fatto che lo abbia fatto il corrispondente dalla Germania nonché number cruncher ufficiale del Corriere auspicabilmente aumenta l’autorevolezza della conferma. Perché noi italiani funzioniamo così: abbiamo un’avversione genetico-culturale per i dati, mentre le opinioni ci mandano in estasi e sulla piazza del mercato o al bar, a strepitare.

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