Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Il miracolo all’italiana

in Economia & Mercato/Famous Last Quotes/Italia

Su Panorama di questa settimana il professor Michele Tiraboschi ribadisce con grande durezza le critiche al Jobs Act, definito nel titolo “il più costoso dei flop”. Ed in effetti, guardando ai numeri ed alle conseguenze dell’operazione, è difficile evitare un commento del genere. Siamo sempre nel campo della destinazione alternativa di risorse scarse, a maggior ragione perché fatte a deficit. Ma che ve lo dico a fare?

Commenta Tiraboschi:

«L’Inps parla ora di oltre 1,4 milioni di contratti a tempo indeterminato stipulati nel 2015, di regola trasformazioni di rapporti già in essere, per un costo pari a 18 miliardi di euro. Il risultato è un buco di 3 miliardi rispetto alle stime del governo, a fronte di soli 186 mila occupati in più rispetto al 2014»

Il costo di 18 miliardi per le casse dello stato è riferito al triennio di vigenza della decontribuzione piena, quella per assunti nel 2015. I 186 mila occupati in più sono quelli desunti dai dati ufficiali Istat, malgrado il premier nei giorni scorsi abbia fornito numeri del tutto diversi e gonfiati, annunciando la sua personalissima “operazione verità” contro le bugie statistiche. Che poi, è un po’ il bue che dà di cornuto all’asino ma in questo paese di analfabeti numerici la cosa è ormai la nuova normale.

Nel nostro piccolo, è da un anno che ci sgoliamo a dire le stesse cose. Tra esse, il fatto che la crescita dell’occupazione non può eccedere in modo sostanziale quella del Pil perché diversamente la nostra già esangue produttività si affosserebbe ulteriormente. Basterebbe questa banale considerazione per comprendere come funziona la propaganda governativa, ma evidentemente è tutto troppo difficile. La decontribuzione va anche ad assunzioni che sarebbero comunque avvenute ma (e questo è il pericolo vero), nella massa delle assunzioni ve ne sono certamente alcune che, venuti meno i sussidi, risulteranno antieconomiche per le imprese e questi lavoratori saranno quindi tagliati, a meno che, nel 2018, il costo del lavoro non sia sceso in modo equivalente e su base permanente.

Ancora Tiraboschi:

«Difficile valutare positivamente questi risultati. A maggior ragione se si analizzano le tendenze di inizio anno: ridotta la decontribuzione, calano drasticamente anche le assunzioni a tempo indeterminato. È presto per tirare conclusioni, ma il timore che senza la droga fiscale il cavallo non corra più è evidente. Su questo aspetto azzardiamo ora una nuova previsione: essendo in realtà tali contratti molto meno stabili di quanto raccontato dalla retorica governativa, in virtù di una più estesa flessibilità in uscita, vedremo tra un paio di anni un’esplosione di licenziamenti»

I licenziamenti sono parte della fisiologia d’impresa, a patto di evitare alterazioni da modifiche estemporanee e transitorie degli incentivi aziendali, tra cui il costo del lavoro. Dopo il licenziamento servono, tra le altre cose, politiche attive del lavoro. Che tuttavia al momento non esistono, malgrado fossero previste. Noi avremmo anche qualche dubbio sulla loro efficacia ma questo è altro ed ulteriore punto. L’evidenza è che il Jobs Act appare sempre più come un’operazione di corto respiro, distorsiva, improvvisata, e di sostanziale spreco di denaro pubblico, come molte altre iniziative del governo Renzi in questi due anni. Come sempre, speriamo di sbagliarci.

E poiché, come noto, in giro per il mondo “c’è molta fame di Italia”, e tutti sono ansiosi di copiare il nostro Rinascimento, ecco il commento di Tiraboschi a quella che viene definita “l’ultima boutade di Padoan”, sui cinesi che chiedono informazioni per copiare il Jobs Act:

«Fare previsioni economiche è molto difficile, anche per un ministro esperto come Padoan, però, a difesa della sua autorevolezza e reputazione internazionale, dovrebbe sapere che in Cina esiste da tempo il contratto a tutele crescenti: un mese di preavviso e una mensilità per ogni anno di servizio, entro un tetto massimo di 12 mesi, per licenziare comodamente un lavoratore»

Pare esserci altrettanta fame di Cina, in Italia. Ed il Jobs Act apparirà sempre più per quello che è: un miracolo all’italiana, cioè una patacca. Per giunta molto costosa.

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