Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Cause, effetti, velleità

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L’ultima bollicina prodotta dalla fermentazione dello stagno italiano porta la firma congiunta del candidato sindaco di Roma del M5S, Virginia Raggi, e di una pletora di esponenti del Pd, dai generali alla truppa compulsiva di lanciatori di agenzia, passando per alcuni confusi ufficiali. Nel mezzo, la utility romana per eccellenza, oltre che simbolo dei centauri che si producono quando il pubblico si mette in partnership col privato. Alcune considerazioni sullo stato della commedia dell’arte.

L’antefatto: domenica scorsa, durante la trasmissione di Maria Latella a SkyTg24, Raggi dichiara quanto segue:

«Acea è una società quotata in borsa nella quale il Comune di Roma detiene il 51% di azioni, ha ancora una quota di maggioranza, ma chiamarla società pubblico-privata fa un po’ ridere. Lì anche l’azionista di maggioranza, cioè noi, facciamo l’interesse dei privati, noi lucriamo con l’acqua, con i profitti dell’acqua. Solo quest’anno Acea dovrebbe chiudere con un utile di esercizio di 50 milioni, sicuramente questo tipo di gestione è in perfetto contrasto con il referendum del 2011 perché con l’acqua non si devono fare profitti». Quindi? «Dobbiamo valutare, di sicuro cambieremo il management e inizieremo a fare investimenti sulle reti. Vedremo come agire per tutelare la volontà dei cittadini»

Questo è una perfetta esca retorica per il benecomunista che è dentro molti grillini ed altrettanti italiani. Vade retro, profitto, anche quando fatto da entità pubbliche! Il messaggio contiene poi una parte molto più banale ed ovvia, l’attuazione dello spoils system in caso di vittoria elettorale (“di sicuro cambieremo il management”). Ci sono anche alcuni strafalcioni fattuali, visto che l’utile 2015 di Acea è di 175 milioni e non di 50, che pensiamo siano i dividendi pagati (ehi, avvocato Raggi, utile e dividendo non sono sinonimi!). Anche la lamentata carenza di investimenti pare critica fuori bersaglio, visti i 428 milioni di investimenti effettuati nel 2015 ed il +25% di investimenti dell’ultimo biennio rispetto al precedente, come ricordato da Sole 24 Ore in un commento nella rubrica Parterre.

Quello che rileva, in questa dichiarazione di Raggi, e che in effetti è stato rilevato sinora dagli analisti di una Sim (Equita, presieduta da Alessandro Profumo), è che il rischio politico sulla redditività di Acea è aumentato, con comparsa di regulatory risk in caso di vittoria della candidata pentastellata. Anche se tra il dire e il fare c’è di mezzo la realtà, come stiamo per vedere. Equita Sim, di conseguenza, il 23 marzo declassa da “comprare” a “tenere” il titolo Acea, con la motivazione proprio del rischio-elezioni, pur confermando il prezzo-obiettivo di 15 euro. Il mercato reagisce male, l’azione Acea perde oltre il 4,5% a fine giornata. E sin qui, tutto molto banale e “fisiologico”.

Il giorno successivo il Messaggero, quotidiano romano di proprietà del primo azionista privato italiano di Acea, esce con un pezzo il cui messaggio centrale è maliziosamente fuorviante:

«Se avesse voluto volontariamente demolire in Borsa una società quotata, forse Virginia Raggi non avrebbe saputo da dove cominciare. E invece l’impresa le è riuscita parzialmente, senza che neppure se ne accorgesse. Perché solo ieri il titolo della multiutility Acea, che per il 51 per cento è di proprietà del Comune di Roma, ha perso il 4,73 per cento, che tradotto in euro fa circa 142 milioni. Settantuno dei quali sono, anzi erano, del Campidoglio (più o meno trenta euro per ogni romano)»

Il punto è che quei 142 milioni di “perdita”, di cui la metà “in capo” ad ogni romano, sono la perdita di capitalizzazione azionaria, cioè esistono solo sulla carta. Tanto è bastato per scatenare i fotocopiatori compulsivi di lanci d’agenzia, specialità olimpionica in cui al Pd sono ormai indiscussi campioni. Il via lo dà, come naturale attendersi, il candidato sindaco Roberto Giachetti:

Il quale, frettolosamente, imputa immediatamente la “perdita” della capitalizzazione di borsa alle tasche dei romani, come del resto fa Matteo Orfini:

Ribadiamo: è un nonsenso addebitare la riduzione di capitalizzazione frutto delle oscillazioni giornaliere di borsa direttamente alle tasche dei contribuenti romani. Comunicare a questo modo il “cartellino del prezzo” implica peraltro sdraiarsi sulla posizione del maggior azionista privato italiano di Acea e del suo giornale. Ma è vero che in politica servono slogan ed immagini ad alto impatto, e quindi chi se ne frega della realtà. Al netto di questa comunicazione pavloviana di brevissimo termine, ad uso e consumo di gente finanziariamente analfabeta (attività in cui gli stessi pentastellati sono bravissimi), la dichiarazione di Virginia Raggi ha però delle potenziali conseguenze di medio periodo, e proprio per le tasche dei romani.

Acea è una multiutility, cioè non opera solo nel settore idrico ma anche in quello della trasmissione e distribuzione di energia, per citarne l’altra grande area di business attuale. Ora, ipotizziamo che Raggi voglia essere coerente sino in fondo con la missione benecomunista del M5S: l’acqua deve essere pubblica, ma pubblica in senso stretto. Niente compartecipazione dei privati ma soprattutto niente SpA per la sua gestione, anche se a maggioranza pubblica. Questa posizione ha uno ed un solo esito: il Comune di Roma si ricompra Acea, con un’Opa totalitaria, la toglie da quotazione, crea un ente pubblico per la gestione del servizio idrico e, eventualmente, riporta a quotazione le altre aree di business della multiutility romana.

Quanto costerebbe, una simile operazione? E, soprattutto, come sarebbe finanziata? Se è verissimo che non si deve valutare la bontà di una proposta politica dall’andamento dei prezzi di borsa, è parimenti vero che corsi alternativi d’azione hanno un costo, e che il concetto di costo opportunità di solito ha diritto di cittadinanza in tutto il mondo, anche se spesso non in Italia.

Come dicono gli anglosassoni, “metti i soldi dove hai la bocca”. Sarebbe utile che Virginia Raggi, e non solo lei, interiorizzasse rapidamente questa fondamentale massima. Anzi, sarebbe utile che lo facessero per primi gli elettori, dimostrando di essere usciti dall’infanzia. Altrimenti, avremo l’ennesimo inceneritore pizzarottiano, nel quale bruciare la credulità popolare. Con tutte le scorie tossiche del caso.

Aggiornamento – In un paese di appassionati di pensiero magico e correlazione spuria, poteva non finire con un confutazione di questo tipo?

«Insomma, il presunto disastro di Virginia Raggi è solo un’invenzione. Anche perché che da quando ha annunciato la candidatura la società ha guadagnato circa il 15% in Borsa»

No, non poteva.

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