Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Fatevi un favore

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Andate a reperire questo agile libretto, e leggetelo. Non è complesso, anzi. È rigorosamente divulgativo, scritto da un economista che non è più tra noi. Da esso scoprirete come siamo arrivati sin qui, in caso foste troppo giovani, troppo smemorati o troppo furbi per ricordare. Scoprirete quanto costa e quanto vale il vincolo esterno per il nostro paese, da sempre. Scoprirete anche che abbiamo una sorta di propensione antropologica a rifiutare la realtà ed i suoi vincoli, e che non è che si stesse poi così bene quando si stava male, sul piano economico. Il tutto con annesso corredo vittimistico, si capisce.

Scoprirete queste e molte altre cose e magari potrete essere colti da curiosità per il ventennio (70-80) in cui abbiamo posto le basi per il nostro successivo dissesto. Perché essere divergenti in un quadro di cambi fissi ed assenza di banca centrale propria è una autentica iattura ma resta comunque assai proibitivo tentare di fermare il mondo per voler scendere, ad esempio quando il mondo ha deciso (alcuni lustri addietro) di andare in direzione della liberalizzazione dei movimenti di capitale a supporto dei movimenti di capitale, altro chiaro esempio di complotto contro l’Italia, e tu hai alzato le spalle e continuato a fischiettare.

Se poi la vostra curiosità dovesse condurvi a scoprire che a metà degli anni Settanta tale era la potenza, nostra e della nostra moneta, che nel 1977 siamo stati costretti a chiedere un prestito di 530 milioni di dollari al Fondo Monetario Internazionale per gestire una crisi di bilancia dei pagamenti, e che Bankitalia nel 1974 (governatore Guido Carli, governo di Mariano Rumor) ha dovuto dare in garanzia alla Bundesbank 500 tonnellate di oro a fronte di un prestito di 2 miliardi di dollari della Germania, ecco che capirete perché il mondo proprio non riesce a capirci, da sempre, persino quando suonavamo la lira durante l’incendio di Roma, e non parliamo di Nerone. Questo ed altro accadeva quando Marco Fortis era un giovinetto, pensate. Poi vennero gli anni del governo assertivo e riformatore di Bettino Craxi: corsi e ricorsi, ma c’erano sempre odiosi vincoli esterni di cui (dis)interessarsi, come racconta Mario Arcelli:

«La politica di bilancio negli anni successivi all’avvio dello SME è stata caratterizzata da un attivismo frenetico. Il suo effetto netto è stato espansionistico e inflazionistico, nonostante i tentativi di porre tetti al fabbisogno del settore pubblico. Nel 1980-1985 la crescita della spesa pubblica è continuata imperterrita a tassi medi annui vicini al 22%, nettamente al di sopra della crescita nominale del Pil. La quota di spesa sul Pil è aumentata di 10 punti percentuali. La maggiore spesa è stata concentrata sui salari, sulle pensioni e sui trasferimenti alle imprese, a copertura delle perdite delle imprese pubbliche e a finanziamento della ristrutturazione industriale del settore privato. Gli interessi sul debito pubblico sono andati crescendo come quota della spesa pubblica e in percentuale del Pil. Anche le entrate sono aumentate molto rapidamente, ma non sono riuscite a tenere il ritmo con la spesa. Il fabbisogno di finanziamento del settore pubblico [il deficit-Pil, ndPh.] è cresciuto a livello di quasi il 14% nel 1985. Nell’anno in questione il debito pubblico era arrivato all’80% del Pil»

Chi non riesce ad apprendere dalla propria storia è condannato a ripeterla. Attendendo che il guaritore di turno lo prenda per i fondelli. Perché c’è sempre un’Età dell’Oro, a lastricare la strada del nostro declino:

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