Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Le gride renziane e i gufi del Consiglio di stato

in Contributi esterni/Discussioni/Italia

di Luigi Oliveri

Il Governo rivendica il risultato di aver fatto “le riforme che si attendono da 30 anni”. Occorre dare atto che di riforme, effettivamente, ne sono state approvate, per quanto negli ultimi 30 anni quello che sicuramente non è mancato sono state proprio riforme su tutto: giustizia, appalti, pubblica amministrazione, condominio, codice dell’amministrazione digitale, fallimento, fondazioni bancarie, scuola, lavoro e via così. Il problema delle riforme, di quelle dei 28 anni precedenti e di quelle degli ultimi 2, non sta né nella quantità, né nel “tempo di attesa”, bensì nella qualità e, quindi, nell’effettiva efficacia.

Alcuni dei fiori all’occhiello delle “riforme che si attendono da 30 anni” sono il decreto “sblocca Italia”, il codice degli appalti, la disciplina del licenziamento dei dipendenti pubblici che falsificano la presenza sul lavoro, la legge sulla trasparenza, il sistema di pagamento del canone Rai.

Ebbene, non c’è stata una sola di queste riforme che negli ultimi giorni non abbia subìto una stroncatura, più o meno secca, da parte del Consiglio di stato, chiamato ad esprimersi perché la gran parte di queste norme non sono leggi, ma “decreti delegati” (nel caso del canone, un decreto ministeriale) scritti dal Governo su delega del Parlamento. Dunque, sono stati gli staff tecnici dell’Esecutivo a redigere testi che, ai sensi della normativa, debbono poi essere sottoposti a pareri tecnici del Consiglio di stato e di specifiche commissioni parlamentari.

Il Consiglio di stato non ha praticamente salvato uno solo dei provvedimenti esaminati. Quel che impressiona è che i giudici di Palazzo Spada non si sono limitati ad indicare decine e decine di difetti tecnici, tali da rendere le norme esaminate sostanzialmente inapplicabili ed inefficaci, ma sono stati costretti a sottolineare, sempre, l’oscurità delle norme, la forma italiana incerta, prolissa, involuta e di difficile comprensione.

Il “capolavoro” è il decreto sul canone Rai, nel quale i giudici del Consiglio di stato non hanno potuto fare a meno di rilevare che manca persino l’oggetto stesso della regolazione: cioè la definizione chiara di “cosa” sia un apparecchio TV e la specificazione se il canone sia dovuto una volta sola a prescindere dal numero di apparecchi posseduti. In altre parole, il decreto non riesce nemmeno a definire le basi stesse, l’oggetto, il fulcro, del proprio contenuto.

La cronaca insegna che dei pareri espressi dal Consiglio di stato e dalle Camere il Governo generalmente accoglie pochissimo e, quindi, sostanzialmente i decreti legislativi ed i decreti ministeriali vengono approvati in via definitiva nello stesso testo confuso e tecnicamente difficilmente applicabile oggetto delle osservazioni tecniche.

Il risultato è un insieme di norme caotiche e di difficile interpretazione, fonti principali delle lungaggini e delle difficoltà operative, che poi vengono semplicisticamente attribuiti alla colpa della “burocrazia”. Non solo: simili norme sono poi la base di un contenzioso infinito in ogni sede, penale, civile, contabile ed amministrativa, salvo affermare sempre più spesso che sono i giudici a voler interferire.

Basterebbe, per evitare tutto ciò, porre la necessaria attenzione alla qualità delle norme. In un comune è già fondamentale saper regolare gli spazi dei mercati o i sensi unici delle strade: ma, se si sbaglia, si creano disagi ad una comunità limitata. Quando dall’amministrazione locale si passa a quella di una Nazione, la delicatezza e le conseguenze di ogni decisione, di ogni parola, di ogni virgola, sono ovviamente decuplicate.

Se la guida deve essere la fretta, l’affermazione della decisione e lo sberleffo conseguente agli oppositori “gufi” e non la ponderazione e la competenza che sono necessarie, le conseguenze sono quelle cui si assiste.

E occorre ricordare che sulla riforma della Costituzione, sulla cui qualità della scrittura italiana oltre che tecnica vi sono fondatissimi dubbi, non v’è parere o esame di nessun Consiglio di stato o altro organo.

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Luigi Oliveri, laureato in giurisprudenza, dirigente amministrativo della Provincia di Verona, collaboratore di Italia Oggi, lavoce.info, varie altre riviste giuridiche ed autore di volumi in materia di diritto amministrativo.

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