Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Brasile, l’inevitabile resa dei conti dopo il disastro Dilma

in Articoli/Economia & Mercato/Esteri

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Lo scorso 12 maggio, la presidente brasiliana Dilma Rousseff è stata sospesa dalle proprie funzioni per un periodo massimo di 180 giorni, dopo il primo voto del senato che ha dato avvio al processo di destituzione, che ad oggi appare certa, per manipolazione dei conti pubblici. Le è subentrato, per ora in qualità di facente funzioni, il vice presidente Michel Temer, un anziano notabile di centrodestra che ha assemblato una coalizione governativa di ben nove partiti, con l’obiettivo di risollevare il paese dalla peggiore recessione dagli anni Trenta, con il Pil visto in contrazione di quasi l’8% nel biennio 2015-16, inflazione intorno al 10% malgrado tassi ufficiali ripetutamente alzati dalla banca centrale sino all’attuale livello di 14,25%, disoccupazione in forte ascesa ed anch’essa oltre il 10%, conti pubblici fuori controllo.

Il paese è stato colpito dal collasso dei prezzi del greggio e delle materie prime, ma anche dall’esplosione di spesa pubblica voluta da Dilma per ottenere la rielezione. Dopo gli anni dell’ortodossia economica, fiscale e monetaria dell’ex presidente Lula, che hanno coinciso col boom delle materie prime, Dilma ha introdotto misure controproducenti, come spingere sulle banche pubbliche, in particolare su quella di sviluppo infrastrutturale BNDES, per tenere alti i livelli di erogazione di credito a tassi pesantemente sussidiati, scavando voragini nei conti pubblici e rendendo di fatto inefficace la stretta monetaria adottata dalla banca centrale per contrastare l’inflazione. Lo scandalo della vasta rete di corruzione in capo al colosso petrolifero pubblico Petrobras ha poi inferto il colpo di grazia all’economia di un paese che pare incapace di crescere su base sostenibile né senza shock positivi esterni come quelli delle materie prime. Temer ha messo alla guida dell’economia Henrique Meirelles, rispettato economista ed ex capo della banca centrale sotto Lula, poi allontanato da Dilma.

Per il Brasile si prospetta un periodo di lacrime e sangue: l’economia brasiliana dovrà essere ristrutturata dal lato dell’offerta, cioè resa più competitiva. I meccanismi di spesa pubblica dovranno essere profondamente rivisti mediante taglio dell’indicizzazione all’inflazione di retribuzioni e welfare, ma questo richiederà forte appoggio parlamentare, visto che per intervenire sulle leggi su lavoro e spesa serve una maggioranza di rango costituzionale di due terzi. Il paese dovrà anche aprirsi agli investimenti diretti esteri, mentre finora è apparso fortemente autarchico e respingente, anche a causa di corruzione e burocrazia asfissiante. Lo shock della ristrutturazione del credito deprimerà ulteriormente l’economia, durante la fase di transizione. Servirà soprattutto il sostegno della popolazione: Temer è assai poco amato, è stato lambito dallo scandalo Petrobras e tre suoi ministri sono indagati dalla magistratura. Ma che sia lui o un altro a dover mettere mano al disastro brasiliano, la resa dei conti sarà inevitabile.

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