Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Agosto, neurone mio non ti conosco

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Piccola collezione di colpi di sole post ferragostani per ingannare il tempo in attesa del dissesto. Per fornire ennesima prova della propria esistenza in vita, ieri la sedicente associazione di consumatori Codacons ha lanciato un’idea per “salvare” MPS, forse prendendo alla lettera una nostra provocazione di qualche tempo addietro. Sfortunatamente per i nostri eroi, la papera continua a non galleggiare ma il lancio di agenzia resta la nostra disciplina olimpionica preferita.

Il Codacons ha dunque chiesto che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan

«[…] Organizzi come azionista maggioritario della banca una cordata di piccoli azionisti e lavoratori di Mps, finalizzata all’acquisto in blocco delle azioni che in tutto oggi costano meno di 500 milioni di euro, per passare cosi ad una gestione finalmente non clientelare ma nell’interesse del territorio e del paese»

La capitalizzazione di borsa di MPS è di circa 650 milioni di euro, ad essere precisi, ma non è questo il punto. Il punto è che i nostri eroi riprendono la nostra provocazione, in cui invitavamo il Tesoro a scalare MPS, spendendo due spiccioli e successivamente a lanciare un’Opa totalitaria per togliere la banca dal listino e ricapitalizzarla con meno vincoli europei (forse, oppure no). Il Codacons, invece, chiede al Tesoro di orchestrare il takeover della banca, facendovi partecipare piccoli azionisti dissanguati e dipendenti della banca, che in tal modo potrebbero mettere tutte le loro uova nello stesso paniere radioattivo.

Vado pazzo per i piani ben riusciti ma la domanda sorge spontanea: se è vero che la scalata iniziale costerebbe poco e nulla, è altrettanto vero che i costi della ricapitalizzazione successiva, legati alla gestione delle sofferenze, sarebbero come minimo quelli previsti nel piano del governo, che vede l’intervento di Atlante 2 sulle sofferenze, prezzate per determinare un buco complessivo di capitale di “solo” 5 miliardi di euro. Spendiamo pure mezzo miliardo per togliere la banca dal listino, cari scienziati di Codacons, ma il decuplo di quella somma per ripulire la banca chi lo metterebbe, sempre Tesoro, piccoli azionisti e dipendenti? E provare a fare un fioretto e non scrivere caxxate, almeno ad agosto?

Altra notevole performance post ferragostana è quella del responsabile economico del Pd, Filippo Taddei. Che in un’intervista di ieri a la Stampa si professa ottimista sulla nostra economia e cita a sostegno della tesi l’andamento del mercato del lavoro, cresciuto anche nel secondo trimestre di quest’anno, malgrado il Pil invariato:

«Una cosa per nulla scontata. In pratica il mercato del lavoro sta anticipando le prospettiva dell’economia di domani e questo fa ben sperare su come andrà di qui a fine anno»

Questa è una vera rivelazione: noi, che economisti non siamo, sapevamo che il mercato del lavoro è un indicatore coincidente o ritardato dell’economia, non certo anticipatore. In altre parole, quando c’è ripresa, l’occupazione non riparte subito ma le aziende fanno rientrare i dipendenti in cassa integrazione e/o ricorrono agli straordinari. Solo quando la domanda è tornata stabilmente robusta si procede ad ampliare gli organici. Taddei ci informa che non è (più) così: le aziende, anche in un contesto di stagnazione protratta, vedono la ripresa e corrono ad accaparrarsi nuovi dipendenti, prima che qualcuno li rubi. Una vera epifania, il mercato del lavoro come indicatore anticipatore della congiuntura, servirà riscrivere la teoria economica. A Stoccolma prendano nota, Brunetta aspetterà.

Dulcis in fundo, ma solo per oggi, il commento di Marco Fortis sul Sole, che ha scoperto che, non considerando la spesa pubblica, che da noi è ingiustamente castrata da uno stock di debito piuttosto elevato, l’Italia cresce all’incirca come gli altri paesi europei con i quali ci confrontiamo. Fortis ha provveduto a rimuovere l’apporto diretto della spesa pubblica dai contributi alla crescita (spoiler: le cose non stanno come dice lui, ma di quello parleremo in altro momento), secondo il suo celebre approccio à la carte alla lettura della realtà, e ha scoperto che l’Italia “è nel mazzo” con gli altri paesi europei, in termini di crescita. E non finisce qui:

«Tenendo conto che nel secondo trimestre 2016 anche Francia e Austria hanno avuto una crescita zero come il nostro Paese e che l’ufficio di statistica tedesco ha già anticipato che la spesa pubblica ha nuovamente dato un contributo molto rilevante all’ultimo 0,4% di crescita trimestrale della Germania, il quadro sopra delineato non dovrebbe essere molto diverso anche aggiornando la situazione al secondo trimestre 2016. In conclusione, senza la spesa pubblica possiamo affermare che l’attuale profilo di crescita economica dell’intera Eurozona è “italiano” o, viceversa, che quello dell’Italia è in linea con quello medio dei nostri partner»

Suggestivo. Se non fosse che la Germania è in pareggio di bilancio. Certo, Fortis potrebbe agilmente ribattervi che l’aumento di entrate deriva dalla crescita economica indotta e titillata dalla virtù della spesa pubblica. Nel caso tedesco potremmo anche crederlo, in quello italiano avremmo qualche dubbio su tale efficacia ed efficienza. Ma noi siamo notoriamente antipatriottici. Peraltro, per Fortis ed altri nostri acuti commentatori, la Germania è quella cosa che “non hanno consumi domestici, tengono la popolazione alla fame per esportare di più, maestra!”. Quando si scopre che sono i consumi a trainare la crescita tedesca, si passa immediatamente a “crescono con l’export grazie al cambio dell’euro sottovalutato spiazzando le nostre produzioni, maestraa!”. Quando si scopre che il contributo del commercio estero netto alla crescita tedesca è negativo o nullo, ecco che Fortis and friends ripiegano tempestivamente su “ma loro crescono con la spesa pubblica e noi non possiamo fare lo stesso, maestraaa!”. Quando si fa loro notare che la Germania non fa deficit spending avendo pareggio di bilancio, ribattono “ma la loro spesa pubblica induce la crescita e quindi fa crescere il gettito, maestraaaa!”. Insomma, non se ne esce: c’è un complotto interstellare contro l’Italia, con i mercati che se ne approfittano perché non ci comprendono.

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, non possiamo che essere felici per la grande vivacità intellettuale che porta studiosi del nostro paese a ridefinire le “leggi” dell’economia per spiegare perché non è vero che l’Italia è l’anello debole della catena, oltre ad avere una “società civile” così brillante da elaborare, attraverso i suoi “corpi intermedi”, persino piani finanziari di scalate a banche, per riportare la ‘ggente in primo piano. Le risorse culturali ed intellettuali le abbiamo, ne usciremo meglio di altri. O no?

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