Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La sindrome cinese dell’Abi

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia

Da alcuni giorni è in corso una singolare campagna, orchestrata dalla Associazione bancaria italiana col supporto del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. Il punto è così riassumibile: fermate la speculazione sulle banche italiane causata, tra le altre cose, da innovazioni tecnologiche quali il trading algoritmico. Affascinante tesi, che punta sull’hi-tech e sulle imperfezioni del mercato e non sul complotto banalotto di cui leggiamo da sempre. L’esito finale cambia poco, però: siamo sempre impegnati a scalare con le unghie la ormai tradizionale parete di vetro, per non voler vedere altro.

La campagna di Avvenire è iniziata con un commento di Leonardo Becchetti, da sempre grande fan delle miracolose virtù della Tobin Tax, lo strumento che riuscirà a redimere il mondo, ma solo quando “correttamente applicato”. Un po’ come il comunismo che si è realizzato male in Unione Sovietica altrimenti sai che meraviglia. Il problema è il trading ad alta frequenza, scrive Becchetti. Il presidente Abi, Antonio Patuelli, coglie l’assist e domenica 21 agosto si fa intervistare da Avvenire, puntando esplicitamente il dito sulle nuove tecnologie applicate ai mercati. Serve un “tagliando” alle regole di contrattazione di borsa per evitare che la speculazione anarchica stravolga i mercati, sostiene Patuelli, “perché estremismi tecnologici con vecchie normative non producono contendibilità, ma instabilità”. Con l’occasione, Patuelli torna sulla sua bizzarra teoria del legame tra attacchi speculativi e flottante di borsa. Ma perché, chiede l’intervistatore, i mercati si accaniscono (sigh) contro le nostre banche?

«Anzitutto perché sul listino italiano le banche hanno un peso maggiore. C’è maggior flottante, quindi, su cui effettuare operazioni speculative a brevissimo termine. Ma il fenomeno interessa in realtà tutte le società quotate. Ciò che serve al capitalismo italiano e in particolare alle banche, oggi, è un azionariato più stabile per rendere più stabile il capitale. E favorire quindi il credito bancario e di conseguenza la crescita»

Questo è ormai il tormentone ufficiale di Patuelli di fine estate: niente azionariato stabile, via libera alla speculazione. Interessante. Infatti MPS, quando non era in alcun caso contendibile perché blindata dalla Fondazione in violazione ventennale della legge Amato-Ciampi, era un modello di banca, generatore di valore per gli azionisti e grande erogatore di credito al servizio della crescita. Della crescita delle sofferenze, però. E con MPS tutto il resto del sistema del credito in Italia, con il controllo delle fondazioni. Più fondazioni, meno algotrading. Fosse vero.

Oggi, sempre su Avvenire, sul tema torna il direttore generale di Abi, Giovanni Sabatini, con un commento intitolato “Un tagliando alle regole di borsa” e riassunto “Con lo sviluppo dell’algotrading necessario evitare disparità tra mercati che offrano opportunità di arbitraggi regolamentari o fiscali”. Dopo aver tardivamente ma felicemente scoperto il malvagio trading algoritmico e ad alta frequenza in nome e per conto del sindacato delle banche italiane, Sabatini compie una rapida ricognizione storica sulle azioni a contrasto della speculazione ribassista, citando i  margini di garanzia al 100% della borsa italiana ai tempi della liquidazione a termine durante i violenti ribassi di inizio anni Ottanta, e la uptick rule dei mercati statunitensi, che in origine consentiva vendite allo scoperto solo a prezzi superiori all’ultimo scambio concluso. La uptick rule fu eliminata dalla SEC nel luglio 2007 e reintrodotta in versione molto attenuata nel febbraio 2010, applicandosi solo ai titoli che hanno perso almeno il 10% dalla chiusura del giorno precedente e resta in vigore sino alla chiusura del giorno successivo.

Sabatini pare quindi “suggerire” alla Consob di darsi da fare per contrastare la pressione ribassista “ingiustificata”, quella che destabilizza i mercati. Il d.g. Abi torna a citare il trading algoritmico ma si spinge ben oltre, in quella che pare un’agenda per il governo:

«Oggi la struttura dei mercati si è enormemente complicata, grazie alle tecnologie possono essere implementate strategie di negoziazioni con possibilità di inserire, modificare, cancellare migliaia di ordini nel giro di frazioni di secondo. Si parla di trading ad alta frequenza, strategie in cui gli operatori cercano di sfruttare le inefficienze del mercato minimizzando la rischiosità attraverso un’estrema parcellizzazione della durata temporale delle operazioni stesse. Anche in questo caso la valutazione degli effetti di tali strategie sull’integrità del processo di formazione dei prezzi è controversa e la letteratura non fornisce evidenze univoche anche se in determinate situazioni tali strategie – al pari delle vendite allo scoperto – possono spingersi fino a creare artificiosamente opportunità speculative potendo causare perdite agli altri partecipanti al mercato. L’estrema volatilità mostrata dai mercati nel 2016 richiede alle Autorità pubbliche in primis, ma anche agli operatori, una analisi dell’adeguatezza delle regole oggi esistenti (o non esistenti) per la tutela dei mercati e degli investitori. Tale analisi deve estendersi a tutti gli aspetti che incidono sull’operatività del mercato, inclusi quelli fiscali, e, in una logica europea e globale, deve anche mirare a evitare che si determinino condizioni di disparità tra mercati che offrano opportunità di arbitraggi regolamentari o fiscali»

Studiamo pure le “evidenze non univoche” del trading algoritmico sull’andamento dei mercati, per carità. Evitiamo però di fare credere al pubblico non specialista che l’enorme trend ribassista delle azioni bancarie italiane possa in qualche modo essere riconducibile a “imperfezioni” del mercato, o a danni ad esso inflitti dalle nuove tecnologie. Quando i prezzi di un asset negoziato su un mercato regolamentato scendono oltre i fondamentali, i partecipanti a tale mercato iniziano a comprare, scommettendo sull’esistenza di valore in quelle quotazioni prostrate. Se la tesi dell’Abi è invece quella che nuove tecnologie ed “imperfezioni” dei mercati tendono a realizzare un andamento esplosivo delle quotazioni, che tutto travolge (al ribasso), siamo di fronte all’ennesimo tentativo di autoinganno, parente stretto del “i mercati non si rendono conto che i crediti in sofferenza delle nostre banche sono meno pericolosi dei titoli strutturati di quelle tedesche”.

Di questo passo, per bloccare i ribassi, non vorremmo che Abi ed intellettuali cattolici di complemento e supporto ideologico giungessero a chiedere misure come quelle tragicomiche a cui hanno fatto ricorso le autorità cinesi durante l’epico sboom del loro mercato azionario, esattamente un anno fa. Se vende, tassalo, multalo, imprigionalo, sparagli. Non solo: ora siamo giunti agli inviti a congelare le azioni per ridurre il flottante e contrastare discese delle quotazioni, che qualcuno corre a definire “speculazione”, con la nota asimmetria rispetto agli acquisti ed alle fasi di rialzo, che invece sono la lusinghiera testimonianza di quanto siamo bravi e vincenti. Cercare il capro espiatorio della manipolazione di mercato a quello che invece è frutto dei fondamentali: è quello che abbiamo davanti agli occhi.

A proposito di autoinganni: da tempo, in Italia, si può leggere ed ascoltare lo sdegno di quanti imputano ai veti tedeschi la mancata stabilizzazione delle banche italiane a mezzo dell’assicurazione europea sui depositi bancari. Ultimo in ordine cronologico è Luigi Zingales, intervistato oggi da Repubblica sul non evento di Ventotene:

«[…] fossi stato Renzi avrei rinfacciato alla Merkel l’intollerabile voltafaccia sull’unione bancaria, dove la Germania non vuole più creare un fondo comune di assicurazione dei depositanti che darebbe fiato alle banche italiane creando un clima meno teso. (…) L’assicurazione Si deve fare, punto e basta. La questione dei buoni del Tesoro e del loro coefficiente di rischio sera affrontata in altre sedi tecniche, da Basilea alla Bce, dove si cercherà di correggere la leggerezza fatta alla nascita dell’euro di considerare privo di rischio qualsiasi debito sovrano»

Ora, a parte l’incoerenza di dire che i tedeschi sbagliano a non voler affrontare subito una “leggerezza”, che va rimediata mediante immancabile rinvio ad altre sedi, circostanza che tornerebbe a destabilizzare le banche italiane, riportandole al via e rendendo effimero il “clima meno teso” sulle medesime, quello che Zingales ed altri commentatori sembrano ignorare è che, anche con l’assicurazione europea sui depositi, l’impianto del bail-in resterebbe intatto. Avere un fondo comune europeo che ripaga i depositanti sino a 100.000 euro in caso di crisi sistemica non vuol dire che gli obbligazionisti subordinati resterebbero illesi. Anzi. Ma gli italiani sono fatti così: divorati dalle dissonanze cognitive e dalla certezza di essere vittime di complotto o (nella migliore delle ipotesi) di essere bersagliati dalla sorte avversa.

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