Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Rignano, secondo estratto

in Adotta Un Neurone/Economia & Mercato/Italia

Dopo una pausa di riflessione, tornano a grande richiesta (del premier) le slide sul meraviglioso mondo che si sta dischiudendo davanti agli scettici occhi degli italiani. Futile tentare il fact checking, esercizio con cui ormai in questo paese si incarta il pesce: per fare verifica dei numeri e delle affermazioni serve avere le basi, che in Italia, paese di piccoli e grandi magliari, semplicemente non esistono. Il campionario di manipolazioni è talmente grossolano da far pensare ad uno scherzo, o all’azione di un troll. Sfortunatamente è tutto vero. Ma quando si è di fronte ad un paese di analfabeti funzionali, nativi e di ritorno, a che servono le sottigliezze?

Tra le tecniche ormai consolidate di cui si avvalgono Renzi ed i suoi vi è la commistione tra dati effettivi e previsioni. Così, ad esempio, la variazione annua del Pil passa da -1,9% a +1%, ma scopriamo che il dato di arrivo è l’ultima previsione governativa sul 2016, non un dato acquisito. Discorso analogo per il rapporto deficit-Pil, che a fine 2016 è previsto al 2,4% dal Mef. Un dato realmente positivo è quello relativo al numero di auto costruite in Italia, che grazie a Fiat è quasi raddoppiato e di fatto è ciò che sorregge la produzione industriale italiana da un paio d’anni a questa parte, a pari merito con il farmaceutico.

Vi sono poi alcune perle, quali “numero di italiani che ricevono 80 euro in più al mese”, che si commenta da sola, oppure “famiglie che pagano le tasse sulla prima casa”; due preclari esempi di come buttare soldi pubblici nello sciacquone e trovarsi a dover abbaiare alla luna ed alla Merkel per avere “flessibilità” con cui stringere la corda al collo di questa e delle prossime generazioni. Notevole anche la slide sul “costo” dei titoli di stato decennali, che poi sarebbe il rendimento ma i behavioristi de noantri di Chigi hanno pensato che vantarsi della discesa di un rendimento, in un paese di risparmiatori affetti da illusione monetaria, potesse indurre proteste e recriminazioni. E comunque, grazie Mario.

Si potrebbe anche dire qualcosa sulla composizione della crescita dell’occupazione, che resta sbilanciata dal versante degli over 50, con tassi di occupazione stagnanti per le coorti primarie, la 25-34 anni e soprattutto la 35-49 anni (in realtà il numero assoluto di occupati scende ma a causa di variazioni demografiche il tasso di occupazione regge o progredisce lievemente). E così via.

Alla base di tutto resta la debole ripresa ciclica del paese, spinta da fattori in larghissima parte esogeni, e che sarebbe avvenuta anche se a Chigi vi fosse stato un macaco. Non si trova traccia di slide sull’unico indicatore che serve per valutare se un paese sta progredendo sul piano della finanza pubblica: il rapporto debito-Pil, terminale della crescita o della mancanza di essa. Qui infatti non vi è nulla da festeggiare, visto che quel rapporto non flette, neppure durante un’espansione, e presto o tardi finirà col metterci nei guai.

Ci sono poi alcuni mezzucci, presi dalla panoplia del perfetto venditore di fumo, come il cherry picking sui dati realizzato cambiando l’orizzonte temporale di riferimento. Ad esempio, per il numero di occupati si fa riferimento al periodo febbraio 2014-luglio 2016 (cioè dall’insediamento di Renzi), mentre per quello sulla disoccupazione si utilizza il periodo da novembre 2014 (Renzi regnante da 8 mesi) a luglio 2016, per gonfiare il dato di “ieri”.

Ma c’è soprattutto una slide che ha catturato la nostra attenzione: è quella che viene indicata come “indice di fiducia del cittadini“, di “fonte Istat”, e che è passata da 94,5 a 109,2. Ora, è vero che la gente di solito lavora o ha altri legittimi problemi per la testa, tali da ridurne drasticamente l’attenzione. Ma definire “indice di fiducia dei cittadini” quello che invece è l’indice di fiducia dei consumatori, è una forma di propaganda piuttosto becera. I cittadini sono anche consumatori, i consumatori sono per definizione cittadini, ma i due termini sono tutto fuorché sinonimi.

Altrimenti qualche giornalista, che va di fretta e non vuole rogne col fact checking (perché ‘sti termini inglesi alla fine sono sempre una fregatura), può uscirsene come oggi sul Corriere:

«Cresce — stando al premier — anche l’indice di fiducia dei cittadini nei confronti dell’esecutivo (ieri al 94,5, oggi al 109,2)»

Anche il titolo del pezzo (Le trenta slide di Renzi, ecco la realtà dei numeri) è tutto un programma. A poco e nulla servono le precisazioni del tipo “stando al premier”, perché scrivere sul primo quotidiano italiano di “fiducia dei cittadini nei confronti dell’esecutivo” indica solo due cose: ignoranza o servilismo. In entrambi i casi, il direttore del Corriere ha assai poco di cui essere soddisfatto. Per tutto, il resto, c’è la realtà.

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