Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Nel paese degli usurati l’equità latita

in Economia & Mercato/Famous Last Quotes/Italia

Pare esservi accordo, tra governo e sindacati, su alcune misure a beneficio dei pensionati. Del resto, in uno dei paesi più anziani al mondo, è fatale che la constituency degli ex lavoratori (e di quanto aspirano a diventarlo il prima possibile) rappresenti una lobby molto potente. Il problema è quando alcune misure, pur in astratto opportune, vengono snaturate al punto da destabilizzare il sistema e danneggiare ogni tentativo di riformare un welfare ampiamente fallito. Andrà così anche stavolta?

Il cosiddetto anticipo pensionistico (Ape) è una sorta di coltellino dell’esercito svizzero destinato a più obiettivi, tra cui un tentativo di gestire le richieste aziendali di svecchiare gli organici e renderli più economici, ma anche la presa d’atto che la categoria tutta italiana degli esodati è qui per restare, e sarà formata sempre più da soggetti over 55 che hanno perso il lavoro e sono di fatto inoccupabili: la componente dell’intervento che interessa questi soggetti (ribattezzata dai media con involontario senso dell’umorismo “Ape social”) rappresenta l’alternativa “all’italiana” a politiche attive del lavoro, di cui sin qui non vi è stata traccia, malgrado la fanfara di Renzi dei bei tempi andati. Ma forse servirebbe essere realisti e prendere atto che la riconversione professionale, in alcune fasce “tarde” di età, è una sorta di mito, di leggenda metropolitana.

Su parte dell’Ape, o meglio sulle condizioni di sua gratuità, e di conseguenza sul conto presentato alla fiscalità generale, peserà anche l’estensione della definizione di lavori usuranti, per la quale è in corso il negoziato tra governo e sindacati. Renzi ha mandato in soffitta la sua originaria baldanza anti-concertazione e in attesa del referendum del 4 dicembre sarebbe disposto a vendersi anche la mamma, a deficit, urlando contro gli ottusi burocrati di Bruxelles. Siamo quindi ad alto rischio di una bella sbracatura che porti tra gli usurati anche gli uscieri. “Offro io, pagate voi!”. Incrociamo le dita.

Poi c’è la famosa “quattordicesima”, antica tradizione che risale all’era prodiana, di pagare una mensilità aggiuntiva ai pensionati più poveri. Anzi, no: non ai pensionati più poveri bensì a quelli che percepiscono assegni molto bassi. Se pensate che i due concetti coincidano, siete in grossolano errore. Come scrive assai efficacemente oggi Maurizio Ferrera sul Corriere,

«Sul fronte dell’equità, nel loro insieme i contenuti dell’accordo lasciano alquanto a desiderare. Sono da valutare positivamente le facilitazioni per i ricongiungimenti contributivi e i lavori usuranti, ma il grosso delle risorse verrà speso per aumentare gli importi delle pensioni più basse. La platea dei potenziali beneficiari includerà tutti i percettori della cosiddetta 14ª mensilità. Secondo stime dell’Inps, meno della metà di questi pensionati si trova in condizioni di bisogno economico. Gli altri vivono in unità familiari con reddito complessivo ben al di sopra della soglia di povertà. Alcuni sono addirittura benestanti. Se si fosse veramente perseguita l’equità, gli aumenti avrebbero dovuto essere filtrati tramite l’Isee, che misura per l’appunto la situazione economica della famiglia. Va poi considerato che nel nostro Paese la povertà è oggi più diffusa fra i minori che non fra gli anziani»

Prosit. Niente Isee, zero equità. La benefica pioggerellina di mancette pre-referendarie prosegue lieta. Ai posteri l’immagine di Renzi, lo statista che diede un significato nuovo al termine equità. I sindacati tengono a precisare che quello di ieri l’altro in realtà è un accordo sulla necessità di trovare un accordo ma sapete come sono le tattiche negoziali, nei suk. Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, appare particolarmente insoddisfatto delle risorse messe in campo dal ministro del Lavoro, Tommaso Nannicini, e dalla sua controfigura ufficiale, Giuliano Poletti. Motivo per cui si ritiene che l’offerta possa essere proficuamente integrata da crociere nei mari del Nord per i pensionandi, sulla Uil Love Boat.

A proposito di sindacati: oggi, intervistata da Repubblica, la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, si esibisce in un discreto sfondone, peraltro in comproprietà con Cisl e Uil. Dopo aver stroncato l’Ape “a pagamento” (“Non penso che i lavoratori italiani pensino di indebitarsi per andare in pensione”), Camusso propone la cosiddetta alternativa:

«Con Cisl e Uil abbiamo proposto la libertà di scelta: flessibilità di uscita tra i 62 e i 70 anni. Senza penalizzazioni perché nel sistema contributivo non ha senso perché prima si esce, meno si versa e meno si prende di pensione»

Il punto è che Camusso è troppo esperta per non sapere che siamo in regime contributivo (manco puro, per moltissimi potenziali beneficiari), e non in regime di capitalizzazione di risparmio previdenziale individuale. In altri termini, non è che gli attuali “contributi” siano dote individuale del lavoratore: sono una sorta di “memo” contabile, mediato con la rivalutazione “mobile” del Pil nominale quinquennale e trasformato in rendita pensionistica a fine vita lavorativa attraverso coefficienti di trasformazione di tipo attuariale, cioè demografico. La natura del sistema pensionistico è e resta a ripartizione. O a schema Ponzi, se preferite. Se invece ognuno di noi investisse soldi propri e “veri” in un fondo pensione “vero”, potrebbe effettivamente scegliersi in libertà l’uscita, ma così non è.

E se anche la Ue, un giorno, accettasse un criterio “attuariale” di contabilizzazione della spesa pensionistica, dando un lontano senso all’ipotesi della Triplice, finiremmo con l’avere in molti casi delle micro-pensioni, che alimenterebbero le geremiadi di Camusso & C., richieste di patrimoniali per aumentare i miserabili assegni pensionistici e premier mossi a compassione che correrebbero a Bruxelles a chiedere “flessibilità” per incravattarci meglio. Ripetiamo: è impossibile che a Camusso ed ai suoi due colleghi il concetto sfugga, quindi parleremmo di “astuzia” politica. Ma proprio perché siamo di buonumore, altrimenti la definizione sarebbe “malafede”, anche purissima.

E l’Italia va, con i suoi pensionati sempre più numerosi, frutto di un sistema di welfare che nei decenni se ne è sempre amabilmente fottuto della crescita demografica, verso gli scogli del fallimento. Di un intero popolo.

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