Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Brasile, l’era dell’austerità sovrana

in Economia & Mercato/Esteri

Ieri la camera bassa brasiliana ha votato con schiacciante maggioranza (366 voti contro 111) a favore dell’emendamento costituzionale che intende porre un tetto alla spesa pubblica, consentendo per i prossimi vent’anni aumenti pari solo all’inflazione, con l’obiettivo di porre sotto controllo il deficit gemello del paese (pubblico e delle partite correnti). La seconda lettura del provvedimento è prevista per il 24 ottobre. Tutti gli osservatori sono concordi che, per portare al successo la misura, sarà fondamentale la riforma delle pensioni, di cui al momento non si conosce il contenuto ma che certamente introdurrà un innalzamento dell’età pensionabile.

Il paese si trova nella maggiore recessione dagli anni Trenta, dopo che il crollo delle materie prime ha messo a nudo gli abituali problemi sudamericani di eccesso di spesa pubblica ad andamento fortemente pro-ciclico, e dopo che un vasto scandalo di corruzione ha avvolto la compagnia petrolifera statale Petrobras ed il settore delle costruzioni, sta cercando di ritrovare la via della crescita sotto la guida del presidente Michel Temer, dopo l‘impeachment e la destituzione di Dilma Rousseff, ma deve affrontare una spiacevole aritmetica: nel secondo trimestre la variazione tendenziale del Pil è stata di -3,8%, con inflazione a settembre a circa 8,5%, con un trend di rallentamento esasperatamente lento, produzione industriale a -6,6%, un rapporto deficit-Pil al 10%, di cui 3% deficit primario, cioè la differenza tra entrate e spesa al netto di quella per interessi sul debito pubblico. La situazione pare in miglioramento, e le stime prevedono un ritorno alla crescita il prossimo anno, anche se piuttosto esile ed inferiore al potenziale del paese.

Le riforme promesse da Temer, che ha detto di voler intervenire anche sulla legislazione del lavoro, stanno suscitando l’interesse degli investitori, che sono già intervenuti in acquisto sul mercato azionario, cresciuto del 74% in dollari da inizio anno, grazie alla ripresa dei prezzi delle materie prime. I problemi verranno quando la popolazione dovrà mandar giù le riforme a mercato del lavoro e sistema pensionistico. Nel frattempo, da molti mesi le vendite al dettaglio segnano contrazioni in termini reali, cioè al netto dell’inflazione (con un tendenziale in contrazione del 10,2% reale a luglio), anche a causa di un mercato del lavoro che resta debole, e che a luglio ha segnato il sedicesimo mese consecutivo in cui i licenziamenti hanno superato le assunzioni, che hanno prodotto oltre tre milioni di nuovi disoccupati in un anno.

Dopo anni di crescita drogata da spesa pubblica e boom del credito, l’economia brasiliana va (forse) verso una pesante riforma economica di tipo “offertista”, di quelle che noi italiani ed europei abbiamo imparato a conoscere in contesti economicamente recessivi. A togliere domanda aggregata contribuirà anche Petrobras, che ha previsto un taglio del 25% al proprio budget di investimento per il periodo 2017-2021, nel tentativo di liberarsi di parte dell’abnorme indebitamento sin qui accumulato. Ancora una volta, quindi, un paese sudamericano si troverà a tentare di mettere sotto controllo i propri conti pubblici, anche e soprattutto nella loro dinamica strutturale, durante una profonda recessione. La transizione sarà molto difficile, e ad elevato rischio di fallimento, anche considerando che Temer non è stato eletto ed ha un indice di approvazione tra la popolazione molto basso, come del resto il parlamento.

Il problema è che il fallimento non è un’opzione. Il paese dovrà sapersi reinventare, attraendo capitali internazionali per tentare di lasciarsi alle spalle la dipendenza pressoché assoluta del proprio modello di crescita dai tipici cicli di “boom and bust” delle materie prime, peraltro amplificati da politiche di credito e spesa pubblica che pongono le basi per perdita di competitività e mutano in crash le recessioni. Con questo costo del debito e questa crescita nominale, il Brasile è posto su una traiettoria esplosiva del rapporto debito-Pil. Soprattutto, il Brasile ha un debito estero che dal 2009 al 2015 è passato da circa 200 miliardi di dollari a 335 miliardi. La riconquista di un avanzo primario sarà difficile e costosa, in termini di freno alla ripresa; anche per questo è ormai indifferibile un intervento pesante su una spesa pubblica che è in larga parte incomprimibile in quanto di fatto costituzionalizzata, per quanto assurdo possa sembrare.

Quando c’è la sovranità c’è tutto, nella vita.

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