Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Un bilancio di cartapesta

in Economia & Mercato/Italia/Unione Europea

Sarà anche vero, come sostiene Matteo Renzi di ritorno dal viaggio-spot a Washington, che “È l’Europa che preoccupa il mondo, me l’ha detto anche Obama, non certo lo zero virgola in più o in meno del bilancio italiano”. È tuttavia altrettanto vero che mai come quest’anno, il terzo dell’Era Renzi a Chigi, la legge di bilancio italiana è costruita con coperture che sembrano uno sberleffo. A se stessi, soprattutto.

Dal lato delle coperture, infatti, ci sono 12 miliardi di deficit, 3 miliardi da rottamazione delle cartelle esattoriali, 2,5 miliardi da recupero di evasione Iva, 2 miliardi dalla nuova voluntary disclosure estesa al contante e 1,8 miliardi da rinnovo delle concessioni di telefonia Gsm, con passaggio al 5G. Sono tutte una tantum, di fatto. A questo si aggiunge, come segnala oggi Mario Sensini sul Corriere, che nel 2017 le Regioni dovranno consegnare al governo centrale un avanzo gestionale di 2,7 miliardi di euro, che equivale ad un taglio di oltre il 10% della loro spesa non sanitaria. Questo taglio è frutto di una programmazione pluriennale, che lo scorso anno aveva previsto tagli per 2,2 miliardi a carico delle Regioni, “barattati” con il mancato aumento per 2 miliardi del Fondo sanitario nazionale, che quest’anno tornerà a crescere. Nel 2017, poi, le Regioni a statuto ordinario dovranno girare a quelle a statuto speciale 500 milioni, a titolo di “indennizzo” per il taglio dello scorso anno al Fondo, che non doveva toccarle in virtù della loro condizione “speciale”. A proposito di riforme costituzionali da fare.

A parte ciò, come possa reggersi una manovra fondata in modo così soverchiante su coperture temporanee, che per la maggior parte (15 miliardi) vanno poi a coprire aumenti Iva decisi da Renzi stesso, è un mistero. Renzi può anche fare la faccia feroce ed atteggiarsi a paladino nazionale e vagamente nazionalista contro “gli ottusi burocrati di Bruxelles”, i quali potrebbero anche lasciar passare la manovra per “quieto vivere” e per contrastare la “minaccia populista” e lasciare che siano gli italiani a pagare il conto che fatalmente ne deriverà. Ma, a dirla tutta, con questa legge di bilancio, la scelta è tra due differenti tipi di populismo, entrambi tossico-nocivi per il paese.

Ma cosa vuole raggiungere Renzi, con queste reiterate iniziative? Forse il momento in cui la crescita tornerà impetuosa e il deficit si ripagherà? Con queste misure? Siamo seri, signori. Questo continuo calciare la lattina lungo la strada non porta in nessun luogo gradevole. Tutta la storia del governo Renzi è una storia di occasioni perse e di un uso disinvolto della spesa pubblica, ignorando in modo eclatante il concetto di costo opportunità. Ne abbiamo già scritto, più e più volte: gli 80 euro, l’azzeramento della Tasi sulla prima casa, la decontribuzione triennale per i nuovi assunti, le altre misure minori di bonus vari hanno un costo opportunità elevatissimo: la mancata riduzione strutturale dell’Irpef e del cuneo fiscale. Il tutto “aspettando il domani“, una soap opera italiana di crescente insuccesso.

In Europa c’è un paese, la Spagna, che è tutto fuorché un modello ma che lo scorso anno ha messo mano (a deficit) ad una riduzione organica dell’Irpef e della tassazione del risparmio. Da noi quest’ultima è stata invece inasprita da Renzi, salvo ora tentare l’inversione lanciando i “Piani individuali di risparmio” sino a ben 150 mila euro, ma solo per spingere il retail a finanziare le PMI, in quella che rischia di essere una mattanza del risparmio privato, in un paese ad alto tasso di analfabetismo economico e finanziario, tale da fare impallidire il falò delle obbligazioni subordinate delle quattro banche risolte e lo spettro del bail-in.

Poiché la propaganda vuole la sua parte, soprattutto in questo esecutivo, lo spin del periodo è che “l’Italia sta comunque riducendo il rapporto deficit-Pil”. Vero, ma solo quello assoluto, non certo quello corretto per la fase del ciclo economico e relativo al Pil potenziale. Qui la controreplica e l’obiezione sono immediate ed anche ben strutturate: nessuno è in grado di osservare il Pil potenziale e l’output gap. Anzi, è in atto una disputa tra un gruppo di paesi e la Commissione, per ridefinire questi concetti, e l’Italia potrebbe avvantaggiarsi di un cambio di metodologia.

La risposta a queste argomentazioni è una ed una sola: la metrica da osservare, per comprendere se siamo sulla buona strada, è il rapporto tra debito e Pil. Se cala, significa che stiamo crescendo “bene”, altrimenti restiamo a rischio. Nel caso italiano, malgrado la bonanza senza precedenti del crollo della spesa per interessi, il rapporto fatica a stabilizzarsi, ed ogni anno la “svolta” viene rinviata al successivo (“aspettando il domani”, appunto). La Spagna, nel 2015, ha piegato il rapporto debito-Pil di un simbolico 0,1%, pur avendo un deficit-Pil molto elevato, al 5,1%, grazie alla sua crescita, reale e nominale. L’Italia è da lustri in avanzo primario, cioè sottrae risorse all’economia, solo per evitare che il rapporto debito-Pil “sbrachi”. Non è questione di Bruxelles né di burocrati, e neppure di deflazione, che colpisce la Spagna quanto e più di noi.

L’Italia è su un sentiero sbagliato: abbiamo fatto austerità, e pure della peggiore specie; ora stiamo facendo espansione fiscale altrettanto scadente e controproducente. Vero, il problema non sono gli zero virgola del bilancio italiano. Il problema è l’Italia e chi la guida, oggi come ieri.

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