Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Se raccontassi cinque palle, mi chiamerebbero Gutgeld

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Questo è decisamente un momento di grande visibilità mediatica, per Yoram Gutgeld. Ricercatissimo dalla stampa, domestica ed internazionale, che gli chiede di illustrare i risultati raggiunti dal governo di cui è parte, con delega alla revisione della spesa. Il personaggio è molto assertivo e self confident, e periodicamente ci regala spunti pregevolissimi. Come quando aveva confidato al Financial Times che il governo italiano aveva piazzato una “bomba atomica” nel mercato del lavoro, con Jobs Act e 80 euro, abbattendo drammaticamente il cuneo fiscale, addirittura del 70% per i nuovi assunti. O anche no.


Oppure, subito dopo, quando aveva sentenziato che, grazie alle riforme fatte, l’Italia poteva considerarsi virtualmente “isolata” da eventuale avversa congiuntura globale “per 12-24 mesi” (pure senza condizionale). Poi, solo pochi giorni addietro, al quotidiano francese Les Echos, aveva spiegato come e qualmente il governo italiano avesse abbattuto spesa pubblica, tasse e vinto la pace sociale. Oggi, a chiedere lumi all’ex McKinsey, è il turno di Federico Fubini del Corriere, e Gutgeld si conferma in forma smagliante.

Intanto, la chiave di lettura dell’intervista: “La crescita italiana è debole, ma stiamo riducendo il divario con la Ue”. Interessante. Saltiamo la parte di giustificazione della nuova spesa per pensioni, e arriviamo a questa incisiva domanda di Fubini:

Con gli interventi della Bce, l’Italia paga circa 13 miliardi in meno in interessi sul debito. Non è rischioso trasformare quei risparmi in spesa corrente?
«II calo del costo degli interessi derivante dall’azione della Bce compensa molto parzialmente il problema creato dalla bassa inflazione. I suoi interventi sono orientati proprio a assicurare che si risalga a un tasso annuo vicino al 2%. Senza l’intervento della Bce ma con l’inflazione al 2% noi oggi avremmo cinque o sei punti di debito in meno rispetto al Pil. E deficit più basso, non più alto. Potessi scegliere, prenderei l’inflazione all’obiettivo del 2% e rinuncerei ai supporti della Bce»

Non sappiamo da dove Gutgeld prenda il controfattuale dei 5-6 punti di debito-Pil in meno, sinceramente: fare fact checking quando si ha di fronte gente che si inventa i numeri non è mai stato molto agevole, ci scuserete. Ma quello che sappiamo per certo è che il risparmio nella spesa per interessi andrebbe usato proprio per ridurre l’indebitamento, non certo per espandere la spesa. Dire che “se avessi cinque palle, sarei un biliardo”, serve a ben poco. E comunque sì, abbiamo usato il calo degli interessi per alimentare la spesa pubblica. Un vero peccato che Fubini non ritenga di chiedere lumi aggiuntivi su questa risposta barocca che non risponde ad alcunché.

Gutgeld prosegue confermandosi campione europeo di controfattuali, sulla cosiddetta crescita italiana:

«Non parlerei di performance deludente. Premesso che la nostra crescita non ci soddisfa, stiamo recuperando il divario verso l’area euro. Fra il 2004 e il 2013 lo scarto medio di crescita fra l’Italia e l’Europa era dell’1,6% in meno per noi ogni anno. L’anno scorso è sceso a 1% e quest’anno scenderà ancora. Stiamo riducendo il gap e lo stiamo facendo senza il contributo diretto della spesa pubblica».

Che però non è scesa. Che intende dire?
«Be’, non è proprio così. Se guardiamo all’andamento del prodotto al netto degli effetti della spesa pubblica, la nostra crescita supera quella tedesca. Quella cumulata negli ultimi sei trimestri, con l’ammontare della spesa pubblica in calo, è dell’1,4. Tolto l’effetto del contenimento della spesa, sarebbe stata all’1,5%»

E in Germania?
«In Germania sullo stesso periodo la crescita è del 2,3%, ma togliendo il contributo in aumento della spesa pubblica, sarebbe stata dell’1,3%. Dunque la ripresa è ancora troppo debole, senz’altro, ma stiamo recuperando sull’Europa e lo facciamo in modo sano e sostenibile».

Questa storiella della crescita al netto della spesa pubblica, Gutgeld l’ha presa pari pari da Marco Fortis, altra fucina di alibi spiegazioni sul perché l’Italia ne uscirà meglio di altri e perché i mercati proprio non riescono a comprendere le nostre peculiarità. Dai tempi di Tremonti, se la memoria non ci inganna. Qui faremmo notare (visto che Fubini non ha ritienuto di farlo) che scorporare elementi di Pil dal totale, come se non vi fossero interdipendenze, sinergie e disergie, è vagamente demenziale, ma nel paese che ha uno dei più alti tassi al mondo di analfabetismo funzionale, economico, finanziario, numerico, di ritorno o di partenza, anche questo “trattamento dei dati” ha diritto di cittadinanza.

Poi, sappiamo che astrarre può essere terribilmente difficile, e Fubini appare persona prudente e misurata, che diviene assertiva solo quando ritiene di padroneggiare la materia o quando si traveste da investigatore, pur senza comprendere esattamente i termini della questione. Però sarebbe bastato far notare a Gutgeld una cosina semplice semplice, sulla base di questa linea argomentativa: una domandina del tipo

«Scusi, ma allora come mai la Germania, pur spendendo molto più di noi (almeno secondo quanto da lei affermato), è a pareggio di bilancio pubblico e noi no? Forse che la spesa pubblica tedesca è lievemente più produttiva e sinergica di quella italiana?»

Se vogliamo essere keynesiani, psichedelici e maieutici, cerchiamo di esserlo sino in fondo, no?

Si passa poi alle mance del governo Renzi, che vanno chiamate bonus, almeno in attesa che arrivi il malus Ue sotto forma di “programma di assistenza”, memorandum o quant’altro. Fubini inizia bene, facendo rilevare che le caramelle di Renzi sono distribuite a pioggia, cioè senza guardare al reddito familiare. Gutgeld replica in modalità “non guardarmi, non ti sento”:

«I cosiddetti bonus sono in gran parte interventi strutturali di riduzione di tasse. Gli 80 euro, per esempio. Trovo interessante che la Commissione Ue per motivi tecnici non li conti come riduzione di tasse, ma per esempio l’Ocse di Parigi sì. La banca dati Ocse sulla tassazione fa vedere che nei redditi medio-bassi il nostro cuneo fiscale adesso è decisamente inferiore ai livelli di Francia e Germania grazie proprio agli interventi sugli 80 euro e al taglio dell’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive, ndr) relativa al costo lavoro»

Qui, Gutgeld scorda numerose cosucce: ad esempio, che il boss di Ocse, Angel Gurria, non perde occasione per fare favori al suo ex collega Pier Carlo Padoan, quindi anche inventandosi che trasferimenti sociali siano riduzione di imposte, e disinteressandosi che resta sempre un problema di copertura. Per Gutgeld e soci, una voce di spesa è “strutturale” se non è a tempo determinato. Ma proprio per questo Gutgeld dovrebbe avere la correttezza di dire che il nostro cuneo fiscale, per redditi medio-bassi, è in gran parte solo temporaneamente inferiore a quello di altri, perché la decontribuzione sui nuovi assunti scadrà tra un anno. Caro Gutgeld, non è che definiamo “strutturale” di volta in volta quello che ci fa comodo, no? Altrimenti non se ne esce. Fubini, che giustamente non è soddisfatto di questa bizzarra risposta, torna alla carica:

Ma questi sgravi o bonus sono concessi anche a persone in famiglie con redditi elevati.
«La riduzione delle tasse ha favorito i redditi bassi. Per quanto riguarda gli interventi assistenziali abbiamo preferito regole semplici, comprensibili, facili da seguire e da controllare. Criteri complicati facilitano gli abusi. Si ricordino i ragazzi esentati da tasse universitarie che giravano in macchine di lusso»

Ecco, perfetto. Niente Isee, siamo italiani, amiamo le cose semplici. Bonus bebè a tutti, “a chi guadagna 8 mila euro e a chi ne guadagna 800 mila”, come premesso da Fubini. Perché la semplicità amministrativa è tutto, nella vita: hai visto mai che qualche evasore potrebbe prendere i bonus, e gli aventi diritto no? Meglio darlo a tutti e non pensiamoci più. Questo nuovo rivoluzionario filone della semplificazione amministrativa si sta rivelando un faro delle scelte del governo Renzi. Prendete la “quattordicesima” pensionistica, ad esempio. Quella va a tutti i titolari di assegni bassi, a prescindere dalle loro condizioni economiche e patrimoniali, oltre che di nucleo familiare. Ma avere un assegno pensionistico basso non equivale necessariamente ad essere poveri. Circostanza segnalata più volte anche dal presidente Inps, Tito Boeri. Anche qui: niente Isee, siamo italiani. Ma volete mettere la semplicità amministrativa? Prossimo passo un bel testatico, le imposte capitarie in somma fissa, immaginiamo.

L’intervista si chiude qui, e vissero tutti felici e contenti. Almeno sino alla prossima bomba di Gutgeld. Noi però restiamo con un retrogusto amarognolo per la prestazione di Fubini: nessun riferimento al rapporto debito-Pil, che è l’unica cosa che conta per verificare se un paese è sulla buona strada o se sta mettendosi progressivamente nei guai. Pazienza, sarà per la prossima puntuta intervista, o scottante indagine sulle banche tedesche. Del resto, adattarsi all’ecosistema è la chiave per la sopravvivenza, no?

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