Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Cercando la Salvezza in un paese a rischio permanente

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia/Rassegna Stampa

Puntata di Focus Economia del 14 novembre condotta da Sebastiano Barisoni su Radio24. Su rendimenti di mercato e spread italiano, intervento del vostro titolare (a partire dal minuto 45), con Claudia Segre, presidente della Global Thinking Foundation e segretario di Assiom Forex. Perché l’Italia soffre di più sulla risalita dei rendimenti globali? Perché il nostro spread contro la Spagna continua ad allargarsi? Come forse avrete intuito, le spiegazioni sono più di una, ed ognuna concorre al risultato finale con diverso peso.

Intanto, c’è il reflation trade di Donald Trump, cioè la promessa di fare un maxi deficit con taglio tasse e spesa pubblica, che ha messo pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari americani ma anche europei. In questo secondo caso perché si parte da livelli di rendimenti difficilmente comprimibili e la Bce appare in un angolo, e quindi the only way is up. Quindi c’è un elemento globale, pensate un po’. Ma perché l’Italia tende a fare peggio, cioè a sottoperformare gli altri paesi? Perché l’Italia, e lo ripetiamo per l’ennesima volta dall’inizio della crisi, sui mercati appare come un paese ad “alto beta”, ma molto anomalo ed asimmetrico. Nel senso che, quando c’è ripresa globale, a differenza dei veri paesi ad alto beta, noi restiamo in coda, mentre quando c’è rallentamento o comunque aumento di avversione al rischio facciamo peggio degli altri.

Perché accade questo? Per uno ed un solo motivo: il nostro paese non riesce a crescere in modo da piegare la traiettoria dell’indebitamento pubblico. Se anche durante una fase di crescita globale il nostro rapporto debito-Pil non flette, che accadrà al prossimo rallentamento? Questo è quanto i mercati si chiedono, non da oggi. Non è difficile, dopo tutto, se ci riflettete. Due parole sul tormentone che ci assedierà sino al 4 dicembre, e probabilmente oltre: possiamo affermare che lo spread cresce a causa del “rischio” di una vittoria del No al referendum costituzionale italiano? Diciamo che non si può escludere o meglio che questa componente di rischio esiste. Ma avremmo dei dubbi circa la sua dominanza nell’attuale movimento di allargamento dello spread, che ha radice in uno shock esterno (la risalita dei rendimenti di mercato) che colpisce una nota vulnerabilità italiana, l’elevato rapporto di indebitamento. Non dimentichiamo che il governo Renzi ha incassato negli ultimi due anni un corposo dividendo: quello di rendimenti di mercato ai minimi storici di tutti i tempi, che hanno di fatto narcotizzato il premio al rischio Paese.

Ma allora, direte voi, questo significa che c’è un aumento del premio al rischio-Italia, quindi è il referendum! Calma, è anche il referendum, ma non solo. Soprattutto, è l’aumento dei rendimenti in un paese in deflazione, quindi un aumento dei rendimenti reali, che purtroppo non è frutto di una vera ripresa congiunturale. Quello è il nostro rischio, tassi reali in crescita senza corrispondente crescita. E questo è anche il rischio per le nostre banche, che sono zeppe di debito pubblico italiano ma non vedono una ripresa della domanda di credito. Ecco, questa è la determinante del rischio, ora.

Ma che accadrebbe, in caso di vittoria del No al referendum? Turbolenza e volatilità di breve periodo, ovviamente. Dopo di che, negoziati tra partiti per riscrivere la legge elettorale. Renzi a Palazzo Chigi, magari dopo dimissioni e rinvio alle Camere. Sulla legge elettorale, verosimile attendersi convergenza su “qualcosa” che agevoli una grande ammucchiata coalizione, tipo un sistema proporzionale con blandissimi correttivi. Dopo di che, nel 2017, molto lavoro per la crescita e per disinnescare 20 miliardi di clausole di salvaguardia sul 2018, anno elettorale. In caso di vittoria del Sì, invece, resta da capire come verrà riscritto l’Italicum, resterà il tema della crescita e le clausole di salvaguardia da recuperare sul 2018. Su tutto, la variabile impazzita Trump e le elezioni in Francia e Germania. Molte, moltissime parti mobili a questo scenario di fine legislatura, come si può constatare.

Su tutto, l’evidente inadeguatezza di una classe politica, senza eccezioni. Dal cosiddetto centrodestra, che è ancora intento a capire cosa vuole essere, esattamente come da vent’anni a questa parte, al Pd di Renzi, convinto che si possa realmente crescere innaffiando di mance il paese, alla sinistra (del Pd e non solo), che è quella che tanto ha contribuito a portare il paese sugli scogli e che malgrado ciò non riesce proprio a dismettere la sua superiorità morale e la sua patologica propensione a risolvere tutto con tasse e spesa pubblica. Un po’ come Renzi, che però crede di poter togliere dall’equazione le tasse, continuando a non crescere, beato lui. A fine corsa, il M5S, che è l’ultima metastasi di un paese pre-terminale per credulità popolare prima che per declino economico, e che con l’Italicum, dopo l’eventuale vittoria del Si, potrebbe arrivare ad avere un governo monocolore nel 2018, prima del collasso finale del paese, a cui i grillini darebbero decisivo impulso. Questo è lo scenario italiano a 18 mesi, secondo il vostro titolare. Un divertissement, quello che passa il convento.

Ciò detto, forse ora vi è più chiaro perché, Si o No, a noi sembra l’ennesimo passatempo italiano, fatto di non sequitur e di guerre di religione mentre il paese affonda.

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