Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Piove, Germania ladra

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Ieri, in occasione di un forum sulla Ue organizzato dall’Ansa, il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, è tornato a intonare la canzoncina sulla Germania cattivona e mercantilista, che passa il tempo esportando come una forsennata (magari perché tiene alla fame i suoi lavoratori, come molti italiani sono nel frattempo riusciti a credere), spiazzando gli altri paesi dell’Eurozona ed impedendo quindi all’Italia di dispiegare tutto il potenziale di crescita racchiuso nelle imprescindibili riforme strutturali del governo Renzi. Yawn.

In dettaglio, riferendosi al ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, Gozi ha detto che il tedesco:

“[…] ricorda spesso le regole che gli piacciono e dimentica quelle che non gli piacciono: ma le regole si applicano tutte, anche quelle sugli squilibri commerciali”, ha sottolineato Gozi, rilevando che l’Ue chiede a Berlino di “cambiare una certa politica economica e commerciale, di fare di più per la domanda interna, perché è miope continuare a puntare solo sulle esportazioni senza fare investimenti” (Ansa, 24 novembre 2016)

Uhm, vediamo. Premesso quello che premettiamo da sempre, e cioè che la Germania ha un avanzo commerciale pressoché inesistente con l’Eurozona ma lo ha piuttosto robusto verso gli Stati Uniti (e il Regno Unito), che fare? Affidarsi a Donald Trump, invitandolo a marchiare a fuoco la Germania come manipolatore valutario e attendendo speranzosi eventuali misure protezionistiche contro i tedeschi, che si abbatterebbero sulle aziende italiane che fanno parte della catena del valore che passa per la Germania? No, vero? Un po’ troppo, anche per l’assertivo Gozi ed il suo premier.

Allora diciamo che la Germania deve stimolare la sua domanda interna, in modo che i consumi tedeschi, attraverso il moltiplicatore del commercio mondiale, finiscano a beneficiare imprese italiane, magari passando dagli Stati Uniti con una triangolazione degna di un virtuoso del biliardo. Siamo sicuri? Ma nel frattempo, possiamo osservare quali sono le componenti della crescita tedesca?

Andiamo qui, e osserviamo. Per i più miopi tra voi, la crescita del Pil tedesco nel terzo trimestre di quest’anno è stata di un esile 0,2%, ma in termini di contributi scopriamo che i consumi privati hanno fornito lo 0,2% e quelli pubblici (spesa corrente) la stessa misura. Aspetta, ma allora la somma fa 0,4%, non 0,2%. Vero, ma dovete considerare che il commercio estero netto ha sottratto lo 0,3% trimestrale. Infatti, nel terzo trimestre di quest’anno, le importazioni tedesche hanno fatto segnare una crescita, le esportazioni sono calate. Il resto lo fanno gli arrotondamenti.

Se invece andiamo a guardare le variazioni annue, scopriamo che i consumi tedeschi nel terzo trimestre sono cresciuti in termini reali del 2,3%, frutto di un aumento del settore privato dell’1,5% e di un aumento di spesa pubblica di ben il 4,5%. Evidentemente, i costi di accomodamento della marea umana di migranti iniziano a farsi sentire. Il risultato finale è che i consumi tedeschi, pubblici e privati, stanno tirando e non poco. Come riuscire a incolpare i tedeschi, sia che consumino troppo o troppo poco? Semplice: si prende il primo Marco Fortis che passa e lo si incarica di mostrare che, senza la crescita della spesa pubblica, la Germania crescerebbe meno dell’Italia. Sono soddisfazioni. Poi, se siete editorialisti italiani, potrete sempre scrivere dei bei pezzi in cui accusate la Germania di perseguire un pareggio di bilancio vagamente nazista ed affamatore dei popoli. Aspetta, mi direte: ma come fa la Germania a spingere sull’acceleratore della spesa pubblica e avere i conti in pareggio, quando noi italiani passiamo il tempo a fare deficit flessibilità per portare a casa uno zerovirgola? Ah, saperlo. Un suggerimento tendenzioso: forse che la spesa pubblica tedesca è lievemente più efficace ed efficiente di quella italiana? Boh.

Come che sia, pare che la Germania non stia affatto tirando la cinghia per mantenere il pareggio di bilancio, dopo averlo raggiunto. Eccerto, vi sentiamo dire con l’aria del gatto che ha appena deglutito un sorcio intero, loro hanno l’export e a noi nulla! Uhm, no. Osservate cosa è successo ai flussi di commercio estero negli ultimi sei trimestri, rispetto all’anno precedente:

Germany GDP Variation

Vedete il dettaglio? Negli ultimi sei trimestri la variazione annuale dell’export è sempre stata inferiore a quella dell’import. Che, come dire, indica che il commercio estero netto ha sottratto crescita alla Germania. O, detto in termini meno esoterici, che la Germania ha tirato la domanda dei suoi partner commerciali. “Fare di più per la domanda interna”, disse Gozi. Fatto. Magari non quanto vorrebbe il sottosegretario, ma non si può aver tutto nella vita. E gli investimenti? Questa Germania che non investe un accidente, signora mia. Si tratta quindi di un evidente miracolo, almeno agli sbigottiti occhi degli italiani e delle loro lenti deformanti: quello tedesco è un sistema industriale che non investe, ha infrastrutture che letteralmente cadono a pezzi, tiene alla fame i suoi lavoratori ed esporta come un forsennato: ma come faranno, dico io?

Poi si vanno a vedere i numeri e si scopre che, tra il 2009 ed il 2015, l’investimento pubblico tedesco è cresciuto al passo nominale annuo del 3,3%, contro una crescita dell’intera spesa pubblica del 2,5% medio annuo. Il governo tedesco, inoltre, si attende che la spesa pubblica per investimenti cresca ad un passo nominale superiore al 4% sino al 2020. Un dato interessante per noi italiani, che da sempre (dai tempi di Prodi, per essere precisi) abbiamo mostrato ampia predilezione a massacrare la spesa per investimento pubblico a vantaggio di quella corrente, e questo senza considerare sprechi ed inefficienze nelle nostre opere pubbliche. Se poi si guarda all’aggregato di spesa per investimenti pubblica e privata, in termini di incidenza sul Pil, si scopre che la Germania è rimasta stabile in modo rimarchevole, dal 2003, ad oggi, intorno ad un valore del 20%. Male, diranno i miei piccoli Gozi, doveva salire al 40% in modo da spingere la crescita italiana, vergogna!

Per farvela breve: basta austerità, anche se la posizione fiscale italiana è espansiva da due anni. Basta con la Germania che tiene alla fame i suoi cittadini, anche se la crescita del Pil tedesco la fanno i consumi privati; basta con la Germania che non usa la spesa pubblica, anche se il tasso di crescita della medesima è in forte accelerazione; basta con la Germania che punta egoisticamente al pareggio di bilancio, anche se la sua spesa pubblica è in forte espansione, come detto. Per chiudere, ecco la speranza di Gozi:

[…] il ritorno alla politica tedesca del socialdemocratico Martin Schulz, dopo l’esperienza al Parlamento di Strasburgo, può portare in Germania “un’idea di politica europea più sensibile e pronta al cambiamento, soprattutto sui temi economici e sociali” (Ansa, ibidem)

Giusto, perdio. Non come adesso, che i socialdemocratici tedeschi sono da quattro anni al governo di Grande coalizione con la Merkel e sono riusciti a ridurre l’età pensionabile per le lavoratrici madri ed introdurre un robusto salario minimo. Addavenì la socialdemocrazia, caro Gozi. E quando ci saran loro, caro lei, passata sarà la tempesta, udremo Gianni Pittella far festa. Nell’attesa, voi pensate a quante carriere politiche italiane, oltre a quella di Gozi, sono state costruite su deresponsabilizzanti fregnacce e leggende nazional-metropolitane.

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