Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Tra narrare e legiferare non c’è solo l’intralcio bicamerale

in Contributi esterni/Discussioni/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Il Parlamento viene spesso, a torto, considerato lento nella produzione delle leggi, opera che, per altro, non dovrebbe essere valutata sulla base del tempo che ci si mette, quanto sulla qualità, chiarezza ed utilità delle norme prodotte.
Si dice che il bicameralismo appesantisce, duplica, intralcia e che, dunque, come rimedio occorrerebbe evitare le lungaggini e trappole del rimpiattino tra camere, commissioni e rapporto tra correnti, in favore di un maggior decisionismo. A questo scopo, da sempre, la Costituzione consente al Parlamento di delegare la produzione delle leggi al Governo.

Sono le “leggi-delega” delle quali spesso si sente parlare, che poi sfociano nella meno comprensibile produzione di “decreti delegati”. Molti li scambiano per i “decreti legge”, ma sono una cosa totalmente diversa. I decreti legge sono adottati direttamente dal Governo e debbono essere convertiti in legge dal Parlamento nei successivi 60 giorni. I decreti delegati, tecnicamente definiti “decreti legislativi”, invece, sono proprio i provvedimenti legislativi che il Governo adotta in esecuzione della delega ricevuta dal Parlamento.

Ora, si immagina che il Governo, non soggetto alle dinamiche vischiose del procedimento di formazione delle leggi, sia un vero e proprio fulmine nell’adottare i decreti legislativi. Ma, guardando alla realtà dei fatti, le cose non stanno affatto così. Un primo esempio. Il 24 novembre il Governo ha approvato in seconda lettura un pacchetto di decreti legislativi attuativi della “legge Madia”, cioè della legge 124/2015 che è, appunto, una delega legislativa al Governo. In questo pacchetto, ad esempio, la riforma della dirigenza pubblica. No, caro Titolare, non lo cito come archetipo dell’ennesima riforma fallimentare, inutile e mirata solo ad assoggettare la dirigenza alla politica in pieno contrasto con le esigenze di autonomia ed imparzialità imposte dagli articoli 97 e 98 della Costituzione che perfino la riforma costituzionale ha risparmiato.

Cito questo decreto, ad oggi non ancora in vigore, per un focus sulle date. La legge 124/2015 è del 7 agosto 2015. Come si nota, a distanza di un anno e 4 mesi, ancora la delega sulla dirigenza non è stata adottata. Si tratta dei quasi famosi “500 giorni” molto spesso citati per suscitare impressione sulla lentezza del Parlamento. Ma, come si nota, non è che il Governo brilli per accelerazioni improvvise.

Ma si tratta di un dato casuale o diffuso? Come per i lavori del Parlamento, anche per quelli del Governo, in verità, i tempi non sono fissati da regole di metrica imposti da una catena di montaggio, bensì dalla delicatezza dei temi, dalla complessità delle questioni, e non ultimo anche dall’accordo politico, necessario anche in Consiglio dei ministri.

Guardiamo la legge delega sulla riforma del lavoro, il cosiddetto Jobs Act: si tratta della legge 183/2014, che è del 10 dicembre 2014. Il decreto legislativo sugli ammortizzatori sociali, d.lgs 22/2015, è del 3 marzo 2015: poco meno di 4 mesi per approvarlo. Stesso tempo impiegato per le cosiddette “tutele crescenti”, il d.lgs 23/2015 che è del 7 marzo 2015.
L’esecutivo, poi, però, ha perso lo “smalto”: infatti, la riforma dei contratti di lavoro è contenuta nel decreto legislativo 81/2015 che è del 24 giugno 2015, oltre sei mesi dopo il conferimento della delega al Governo. La riforma delle “politiche attive”, il decreto legislativo 150/2015, con tanto di costituzione dell’Anpal e ridefinizione delle politiche per collocare i disoccupati, invece ha aspettato molto di più: è del 14 settembre 2015, 10 mesi circa dalla delega.

Per adottare il cosiddetto FOIA, anch’esso frutto della delega contenuta nella legge 124/2015, il Governo ci ha messo sempre circa 10 mesi, poiché è stato approvato col decreto legislativo 97/2016 che è dell’8 giugno 2016. Uno scatto impetuoso si è avuto col “codice dei contratti”: la legge delega è la 11/2016, datata 28 gennaio 2016; il codice è stato approvato col d.lgs 50/2015, del 19 aprile 2016, meno di tre mesi dopo. Ma, la gran corsa, caro Titolare, in questo caso non ha pagato: il 19 luglio 2016 si sono dovute apportare al testo del codice circa 187 correzioni, dovute proprio agli errori ed alle incoerenze del testo, figlie della gran fretta con la quale il testo del codice venne a suo tempo redatto. E ancora siamo in attesa di un “decreto correttivo” del codice, necessario non solo per emendarlo di molti altri errori che ancora lo affliggono, ma soprattutto perché il codice non ha minimamente raggiunto l’obiettivo di rilanciare gli appalti e l’edilizia, al contrario di quanto propagandato quando venne approvato.

Come dice, Titolare? Questo conferma due cose e, cioè, che interventi come il codice degli appalti funzionano a patto che l’economia sia in crescita e che, comunque, conta la qualità delle norme e non il loro tempo di produzione? Non leviamo spazio alla fantasia. Magari un domani per le norme basterà uno smartphone ed una semplice app: app-rovazione, un clic del premier e in tempo reale avremo leggi, decreti legge, decreti legislativi, punto, punto e virgola e due punti.

P.S. Caro Titolare, avrà notato dalla sentenza della Corte costituzionale 251/2016 che ha affossato la riforma Madia, che i decreti legislativi, oltre a non essere velocissimi, rischiano anche di schiantarsi prima ancora di essere adottati, se si basano su deleghe costituzionalmente illegittime. Questa, in un Paese normale, dovrebbe essere la conferma ulteriore che le leggi buone non sono quelle adottate di corsa e in affanno, perché poi può scappare “parere delle regioni non vincolante” invece di “intesa con le regioni vincolante” e le “riforme” vanno a farsi benedire. Non è un problema di quante camere operino in Parlamento, ma di presa d’atto che il processo legislativo, che influisce sulla vita di una Nazione intera, non può essere ridotto ad una gara contro il tempo e dovrebbe tornare ad essere considerato una missione altissima, delicata e difficile, che richiede ponderazione, capacità di ascolto e di valutare l’impatto delle regole, non becero “decisionismo” all’amatriciana.

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