Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Salute, cosa non cambia con la nuova Costituzione

in Contributi esterni/Discussioni/Italia

di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

come Lei ha più volte evidenziato, non sarà un qualsivoglia risultato del prossimo referendum costituzionale a salvare il Paese da un esito comunque infausto. Eviterò, quindi, di perorare la causa dell’uno o dell’altro schieramento. Tuttavia, in questo spazio web che lei cortesemente mi concede, vorrei verificare la rispondenza al vero di certe argomentazioni utilizzate dai sostenitori della riforma relativamente a un tema su cui non dovrebbe esserci il benché minimo fraintendimento e, a maggior ragione, l’ombra di alcun inganno. Si tratta della salute – quella che, quando c’è, c’è tutto – su cui nessuno deve permettersi di mistificare.

Alcuni esponenti del governo, il ministro della Salute in primis, hanno recentemente affermato che “sulla possibilità di offrire cure e assistenza in modo universale a tutti i cittadini, il ‘Sì’ al referendum fa la differenza”. Può ritenersi che questa dichiarazione, oltre che rappresentare un buon auspicio, disponga anche di un solido fondamento? Al riguardo, i suddetti governanti richiamano la circostanza che la nuova Costituzione, eliminando la competenza concorrente delle Regioni in materia di “tutela della salute” e attribuendo allo Stato la competenza esclusiva a emanare nella materia stessa “disposizioni generali e comuni” (art. 117, lett. m, nuova Cost.) – cioè non solo “principi fondamentali” com’è oggi previsto (art. 117, lett. m, Cost. vigente) – consentirà prestazioni mediche omogeneamente erogate nell’intero Paese: essi paiono, tuttavia, dimenticare che alcune disposizioni presenti nell’attuale Costituzione già ora attribuiscono allo Stato poteri idonei ad assicurare in tutt’Italia trattamenti pressoché equivalenti.

Innanzitutto, a quest’ultimo compete la determinazione dei “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, lett. m, Cost. vigente e nuova), tra cui sono ricompresi i c.d. Lea, livelli essenziali di assistenza. Sul sito del Ministero della Salute i Lea sono definiti come “l’insieme delle attività, dei servizi e delle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale (Ssn) eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza (…) garantiti in tutto il territorio italiano”. Per la Corte costituzionale (da ultimo, sentenza n. 10 del 2010), i Lea rappresentano “un fondamentale strumento per garantire il mantenimento di una adeguata uniformità di trattamento sul piano dei diritti di tutti i soggetti, pur in un sistema caratterizzato da un livello di autonomia regionale e locale”.

Dunque, indipendentemente dalla riforma, esistono già ora cure e prestazioni sancite omogeneamente dalla legislazione dello Stato. Inoltre, già ora, cioè a Costituzione vigente, può operarsi un controllo centralizzato circa l’effettiva realizzazione a livello locale del diritto alla salute di cui ogni cittadino è titolare; così come pure già ora il Governo può sostituirsi alle Regioni qualora lo richieda “la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” (art. 120, Cost. vigente e nuova). Lo Stato non difetta, quindi, anche attualmente, dei poteri per scongiurare discriminazioni territoriali nell’erogazione di servizi medici, ma evidentemente li esercita in modo carente se non riesce a evitare il marasma di alcune realtà sanitarie. Dei medesimi poteri esso continuerà a disporre dopo la riforma costituzionale: è credibile che magicamente, dal 5 dicembre, riuscirà nell’impresa finora fallita di operare verifiche e interventi idonei a garantire prestazioni omologate al livello migliore in tutto il Paese? Se ne dubita molto.

Ma pur volendo credere ai governanti e ammettere che esclusivamente con il Sì al referendum il livello delle prestazioni nelle aree sanitariamente più arretrate sarà adeguato a quello delle aree più virtuose (e tralasciando il “mistero doloroso” della mancata eliminazione delle autonomie speciali, alcune delle quali oltremodo inefficienti nel settore in discorso), qualcosa continua a non tornare. Infatti, se in alcune Regioni non è agevole ricevere cure di livello pari ad altre, pur essendo il diritto alla salute lo stesso per tutti ovunque, ciò non dipende tanto dalla “burocrazia” (cit. Renzi) delle regolazioni regionali, quanto da sprechi e dissipazione di risorse preziose nella programmazione e organizzazione dei servizi sanitari operata da parte di alcune strutture locali.

E come interviene al riguardo la riforma? Assegnando alle Regioni il compito di disciplinare la “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari”, cioè di provvedere proprio a quei compiti nei quali alcune di esse si sono negli anni dimostrate del tutto inette, causando – finanziariamente e non – sfracelli: un autentico paradosso. Pertanto, se a fronte delle “disposizioni generali e comuni” emanate dallo Stato qualche Regione continuerà a opporre la mancanza di fondi sufficienti, vi saranno meno conflitti di quanti ve ne siano attualmente? Anche in questo caso, se ne dubita molto.

Sulla base di quanto esposto può verificarsi la fondatezza del pluri-citato esempio secondo cui, se vince il Sì, i farmaci oncologici saranno uniformemente e tempestivamente erogati su tutto il territorio nazionale: quei farmaci erano indicati nell’elenco dei Lea anche prima della riforma, quindi dovevano già essere disponibili ovunque allo stesso modo; i ritardi nell’erogazione da parte di talune Regioni derivano da inefficienza organizzativa o dalla volontà posticiparne i costi, ma su tali profili la nuova Costituzione non incide affatto; né essa aggiunge poteri a quelli di cui lo Stato già ora dispone per garantire ovunque le prestazioni sanitarie previste (inclusi i farmaci oncologici di cui all’esempio), ma che usa inidoneamente, tant’è che non le garantisce. Questo è tutto.

Eppure, i nuovi costituenti non rinunciano a vantare la “cura” della riforma costituzionale come miracolosa per la salute della cittadinanza. Il convincimento che basti legiferare – tanto più se a livello costituzionale – perché la realtà si conformi ai propri desiderata, andrebbe annoverato tra i casi cronici di ignoranza. Il punto è che l’attuazione del diritto alla salute – in termini di controlli, organizzazione e fondi – è cosa estremamente onerosa e di certo la riforma della Carta non era la sede giusta per ripensare alla strutturazione e sostenibilità dell’intero sistema sanitario… Egregio Titolare, non sorge anche a Lei il sospetto che l’infinito dibattito sulla nuova Costituzione sia servito (serva e servirà ancora) a distrarre l’attenzione dalle reali cause delle attuali inefficienze, rinviando i veri problemi indefinitamente? Ha ragione Lei, come premesso: comunque vada il referendum, l’esito resta comunque infausto. Quando a “curare” il Paese sono apprendisti stregoni, ci si può forse aspettare un esito diverso?

P.S. Avrei anche potuto stigmatizzare la circostanza che lo Stato ha impiegato circa 15 anni per aggiornare i Lea e che, quindi, rapidità ed efficienza non paiono connotare l’azione centrale più di quella regionale.. semmai, sarà per un’altra volta.

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