Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La vasca dei lavoratori e la ripresa promessa da Donald Renzi

in Economia & Mercato/Italia

I dati del mercato del lavoro di ottobre e la stima finale del Pil del terzo trimestre, pubblicati ieri da Istat, offrono lo spunto per un commento sulla situazione congiunturale del nostro paese, nel contesto dell’economia globale e degli elementi di fragilità che ci caratterizzano. Tentiamo di cogliere qualche segnale debole e valutare cosa ci aspetta il prossimo anno, turbolenze politiche a parte.

Sul mercato del lavoro, focalizzandosi sulla variazione annuale e non su quella mensile, ci sono alcuni punti da evidenziare:

  • In un anno, 174 mila occupati in più, 38 mila disoccupati in più, 308 mila inattivi in meno. C’è un calo del tasso di inattività dello 0,6%, a cui fanno fronte una crescita del tasso di occupazione dello 0,5% e di quello di disoccupazione dello 0,1%;
  • Di questi 174 mila occupati in più, 178 mila sono dipendenti permanenti (non stupitevi, è una somma algebrica: ci sono anche 20 mila autonomi in meno e 16 mila dipendenti a termine in più);
  • In un anno, gli occupati con più di 50 anni sono aumentati di 376 mila unità, quelli nella fascia 25-34 anni sono calati di 97 mila unità, quelli tra 35 e 49 anni sono diminuiti di 126 mila unità.
  • Depurando questi dati assoluti dalla componente demografica, e quindi analizzando i tassi di occupazione per coorte anagrafica, abbiamo che il tasso di occupazione degli over 50 cresce in un anno dell’1,4%, quello dei 25-34 anni cala dello 0,6%, quello dei 35-49 anni aumenta dello 0,5%;

Si conferma quindi che la coorte anagrafica più anziana guida l’aumento di occupazione, mentre quella tra i 25 ed i 34 anni continua a soffrire, e questo è un dato inequivocabilmente negativo, perché parliamo della coorte anagrafica che sta costruendo il proprio futuro. È giunto il momento di fare il debunking di una leggenda metropolitana italiana: quella che vuole l’aumento degli occupati ultracinquantenni frutto di vivacità del mercato del lavoro.

Osservando i dati Inps su attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro, si vede però che le cose non stanno in questi termini. Non c’è alcun boom degli assunti over 55. E quindi? Per spiegare il mistero, immaginate che il mercato del lavoro sia una vasca con un rubinetto. Se alla vasca viene tolto il tappo l’acqua defluisce rapidamente. Il tappo è dato dai requisiti di pensionabilità. Il flusso che esce dal rubinetto è dato dall’ingresso (o rientro) nel mercato del lavoro. Se tappiamo la vasca, o facciamo in modo che da essa esca pochissimo liquido, la vasca medesima tenderà a riempirsi grazie al rubinetto aperto.

Questo spiega parte non trascurabile dell’aumento del numero di occupati. Considerando la “clessidra demografica” del paese, ed il progressivo posticipo dell’età pensionabile, il numero di occupati tende ad aumentare col passare del tempo. Se siete perplessi su questa spiegazione, prendete la serie storica del numero degli elettori italiani. Vedrete che essa è in costante aumento nel tempo, in valore assoluto e come incidenza sul totale della popolazione. In sintesi, l’invecchiamento della popolazione e l’irrigidimento dei criteri di accesso alla pensione spiegano una parte non marginale dell’aumento del numero di occupati. È un effetto ottico ma anche sostanziale, ed è il frutto di mutamenti della composizione demografica del paese, e delle norme di pensionamento.

Non c’è alcun boom di assunti over 50-55, per farla breve. E questa dinamica spiega anche una parte non marginale del corrispondete calo degli inattivi, visto che una delle componenti di misurazione statistica dell’inattività è relativa ai pensionati. Anche qui abbiamo una vasca ed un rubinetto: se il numero di nuovi pensionati in entrata nella vasca degli inattivi si riduce, anche il livello del liquido nella vasca tende a scendere. Il deflusso dei pensionati dalla vasca è per fine vita, ma non rattristatevi: è la vita, appunto.

Questo non significa che non vi sia una riduzione di inattivi indotta da rientro sul mercato del lavoro, per riduzione di scoraggiati: ma non si può ignorare l’effetto ottico della riduzione del flusso di pensionati in entrata, per unità di tempo. Il fatto che queste modifiche demografiche ed alla normativa pensionistica siano “coincise” (in realtà erano in atto dal 2012-13) con l’avvento del Jobs Act serve a produrre una bella correlazione spuria sulla leggenda della fluidificazione del mercato del lavoro. Che è avvenuta e sta avvenendo, per carità, ma soprattutto con il fenomeno della voucherizzazione.

Riguardo alla crescita del terzo trimestre, si conferma a +0,3% trimestrale e tocca il +1% annuale, grazie alla revisione al rialzo del dato del Pil del secondo trimestre, da zero a +0,1%. Il +0,3% è frutto di un piccolo prezioso arrotondamento ma non siamo schizzinosi. Sul tendenziale, il dato positivo è che gli investimenti danno segni di vita, con incremento del 2,3%. Non male, ma entro questa categoria i mezzi di trasporto sono cresciuti del 33,8% mentre macchinari ed attrezzature di un inesistente 0,1% (annuo). Ora e sempre, viva la FCA.

Nel frattempo, sapendo che non siamo una monade e che sarebbe utile evitare di passare il tempo scrutandosi l’ombelico, abbiamo appreso che la disoccupazione in Eurozona ed Unione europea è ai minimi dal 2009. Si sospetta l’azione di Renzi. Abbiamo altresì appreso che la manifattura europea a novembre ha dato segni di accelerazione, e quella italiana con essa. Si sospetta il deprezzamento dell’euro contro dollaro ma sarebbe utile sapere che anche la manifattura statunitense sta accelerando, quindi forse è merito del deprezzamento del dollaro contro dollaro (questa è ironica, mi raccomando).

A inizio 2017 avremo il pacchetto fiscale di Donald Trump, che piomberà su un’economia che è già a pieno impiego, e farà sentire uno sbuffo espansivo anche da questa parte dell’Atlantico. Anche noi ne avremo verosimilmente beneficio e, se resterà a Chigi, Renzi potrà confermarci che è davvero #lavoltabuona. La Fed potrebbe quindi alzare i tassi più rapidamente del previsto, ed anche in Europa i rendimenti obbligazionari potrebbero rimbalzare. A quel punto, servirà capire come siamo messi noi italiani nel trade-off tra robustezza della ripresa e rialzo dei rendimenti reali. Ma non portiamoci troppo avanti con la fantasia, altrimenti facciamo la fine dei britannici con la loro Brexit immaginaria.

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