Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La laurea non serve. A volte, neppure il merito

in Contributi esterni/Discussioni/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

da anni si discetta dell’eliminazione del valore legale del titolo di studio. Non è esattamente chiarissimo quali sarebbero i benefici di questa decisione ma comunque suona bene e, quindi, è molto gettonata e, magari, anche utile. C’è comunque da osservare che, negli ambienti che contano, il problema del valore legale di un titolo di studio lo hanno risolto da molto tempo. Basti guardare la composizione del Governo attuale, ma anche di quelli precedenti: la laurea non viene certo considerata requisito precisamente necessario per il profilo del ministro.

La cosa, in effetti, può anche stare bene. La carriera politica, che può meritoriamente sfociare anche in una carica ministeriale, non si costruisce necessariamente ed esclusivamente mediante studi ed esami, con certificazioni finali aventi o meno valore legale. Le capacità di un politico sono certamente anche di altro tipo: conoscere la realtà sociale ed economica, interpretare i bisogni espressi dai cittadini, qualificarla in un progetto politico, offrirla al partito ed agli elettori al momento della candidatura, provare ad eseguirla, avvalendosi delle strutture tecniche, nel momento in cui si sia eletti a cariche politico-amministrative. Oggettivamente, per questa quantità e qualità di competenze non risulta esistere alcun corso che sfoci in un preciso titolo di studio.

Non deve, dunque, destare né particolare scandalo, né allarme, la circostanza che al ministero della giustizia sia ri-collocato un Ministro non laureato o che al ministero dell’istruzione sia approdata una nuova titolare, non laureata a differenza della precedente. D’altra parte, caro Titolare, a pensarci bene: Mozart, Michelangelo, Leonardo Da Vinci, Cesare, Carlo magno, Napoleone Bonaparte e molti altri artisti, politici, monarchi e capi di stato non risulta fossero laureati. Allo stesso tempo, il possesso di una laurea specifica nella materia oggetto del posto di governo occupato non mette certo al riparo da inciampi: purtroppo, anche gli ingegneri possono sbagliare i progetti o i medici non apprestare cure corrette per i pazienti, gli economisti e/o i direttori dei servizi studi di associazioni industriali sbagliare completamente previsioni, i politici “tecnici” o laureati in indirizzi attinenti al dicastero diretto farsi bocciare clamorosamente leggi dalla Corte costituzionale o ricevere regolarmente pareri del Consiglio di stato formalmente qualificati “favorevoli”, ma nella sostanza totalmente avversi e contrari.

Sta di fatto, comunque, che le “nomine” di natura politica sono espressione della massima discrezionalità: tanto che, in giurisprudenzese, sono qualificati come “atto politico”, in quanto tale insindacabile sul piano giurisdizionale e nemmeno da motivare. È un’espressione piena e somma di quella libertà di indirizzo politico e di scelta che è da concedere ovviamente a chi è chiamato a costruire i vertici amministrativi di una Nazione. Dunque, egregio Titolare, se il possesso di una laurea certamente non può esaurire di per sé i requisiti qualitativi di nessuno, simmetricamente ci si aspetterebbe che incarichi politici fossero attribuiti legittimamente a non laureati, “baciati” quanto meno da un crisma di autorevolezza, competenza, risultati politici evidenti già conseguiti ed esperienza di vita vissuta.

Come dice, Titolare? I Mozart, i Leonardo, i Giustiniano nascono molto di rado? E’ assolutamente vero, né è immaginabile che le compagini governative siano solo composte da premi Nobel.

Poiché, però, specie negli ultimi anni si evoca molto, e doverosamente, il “merito” come strumento giustamente di selezione dei migliori nel campo del lavoro pubblico, privato, sarebbe anche opportuno che valutazioni di “merito” fossero meglio percepibili dai normali cittadini, quando le nomine politiche, pur restando totalmente libere nei fini, sono attribuite ai destinatari.

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