Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Theresa’s Wish List

in Esteri/Unione Europea

Dopo lo “storico” discorso col quale la premier britannica Theresa May ha indicato i dodici punti che guideranno il percorso della Brexit, molti osservatori ed analisti si sono precipitati a sentenziare che “ora la situazione è più chiara”. In realtà non è chiaro perché dovrebbe esserlo, visto che gli obiettivi negoziali della May continuano ad essere un bel libro dei sogni.

Come dicono gli anglosassoni, “having your cake and eating it“, cioè vogliamo burro e cannoni, in sintesi. I due punti centrali della piattaforma britannica, quelli che sembrerebbero qualificarla come “Hard Brexit”, sono il controllo dell’immigrazione dalla Ue e la liberazione dalla giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Sul primo punto, May ha chiarito che il Regno Unito uscirà dal Mercato Unico europeo. Riguardo invece all’interscambio di merci, cioè l’unione doganale, May chiede un nuovo accordo con la Ue. Il punto è assai fumoso, e lo ha confermato la stessa May, dicendosi “open minded” sulla questione. Bontà sua.

Non è difficile leggere in controluce questo punto negoziale: il Regno Unito vuole conservare lo status quo con la Ue su alcuni settori industriali, come auto e farmaceutica. Cioè vuole un accordo à la carte, malgrado i proclami di “usciam, usciamo”, “clean break“, Grande Reset e quant’altro. Tra le righe si coglie che il settore finanziario, che non è parte degli accordi di unione doganale bensì di quelli di mercato unico, appare “sacrificabile”. Forse non siamo gli unici ad avere questa chiave di lettura se, a stretto giro, sono giunte le prime comunicazioni di spostamento parziale di alcuni desk da parte di banche globali operanti su Londra. Non è una fuga, ovviamente. Ma la risposta ad informazioni ricevute, che riducono l’incertezza. Il fatto che da giugno ad oggi non fosse accaduto nulla era semplicemente effetto dell’assenza di informazioni.

May ha usato carota e bastone, anche se non è chiaro quanto nodoso possa davvero essere quest’ultimo. Nei giorni scorsi il Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, noto per la sua moderazione e cautela, aveva ammonito, in una intervista a Die Welt, che il Regno Unito non avrebbe subito senza reagire le eventuali angherie della Ue. Reagire sì, ma come? Se avremo le porte chiuse in Europa, il Regno Unito abbandonerà il “modello sociale europeo” e diverrà altro, per recuperare competitività, aveva sentenziato Hammond. Non è chiaro se verrà adottato un modello sociale di tipo statunitense oppure da economia asiatica iper-produttiva ma anche “accogliente” verso i capitali globali, tipo Singapore. Nel primo caso, ma forse anche nel secondo, ci sarebbero costi di transizione perché è verosimile che nel breve-medio termine il welfare e le protezioni sociali per il lavoro verrebbero ridotte in modo significativo. Hammond ha poi sfumato la propria posizione, anche perché il suo pareva soprattutto un moto di nervosismo.

Tutto ciò premesso, cosa sappiamo oggi sulla Brexit più di quanto sapessimo la scorsa settimana? Poco e nulla. O meglio, abbiamo una wish list negoziale di Theresa May. Quindi, wait and see. I termini della questione sono molto semplici: nella Ue c’è un problema di coordinamento, indotto dalla numerosità dei partecipanti e dalla divergenza degli interessi nazionali. Se i costi di questo coordinamento superano i benefici, la struttura tende a degradarsi e a disintegrarsi. Verso cosa? Fatalmente, verso nuovi negoziati tra singoli stati. Non è difficile da capire: la numerosità resta, la “condanna” alla cooperazione pure. È solo questione di valutare costi e benefici, e soprattutto, di mettere in conto che la transizione verso il nuovo stato sarà lunga ed accidentata. Se la Brexit permettesse di trovare un nuovo e più efficace ed efficiente modo di cooperare tra paesi, ne saremmo tutti felici. Purtroppo, l’equilibrio cooperativo costa tempo, fatica e sacrifici.

Tutte cose di cui non vi parleranno i guitti della Terra Promessa. Moltissimi dei quali, manco a dirlo, operano in Italia.

Ultimi in Esteri

Placeholder

Il cugino di Spagna

Di tutte le leggende metropolitane che fanno da metronomo all’orchestrina del Titanic
Go to Top