I dolori della non più giovane Theresa

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Oggi la premier britannica Theresa May incontrerà il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Ieri a Philadelphia, in un discorso tenuto alla delegazione Repubblicana al Congresso, May ha menato disperati colpi al cerchio ed alla botte. Come conciliare la nuova proiezione liberoscambista del Regno Unito che si accinge alla Brexit con una presidenza Usa che (almeno a parole) misura amici e nemici sulla base del saldo commerciale bilaterale, l’indicatore più inutile che esista in economia? Come restare “alfieri del mondo libero” in un contesto di nazionalismi montanti, primi fra tutti i propri? Ah, saperlo. Ed in effetti, May non lo sa.

Per cominciare, May ha archiviato (ove mai ve ne fosse ulteriore bisogno) l’internazionalismo interventista ed il nation building in punta di armi del suo predecessore, Tony Blair. Stati Uniti e Regno Unito

«[…] non dovrebbero più intervenire in paesi sovrani per ricostruirli a nostra immagine»

E sin qui, tutto bene. Unico problema è che Trump ha già detto, con brutale realismo, che si interverrà laddove l’interesse nazionale degli Usa sarà in gioco. Ottima idea, Monsieur De La Palisse. Solo che, a volte, per difendere l’interesse nazionale, serve un mix di strumenti, non ultimo il soft power (ove mai ne fosse rimasto) ed anche il commercio internazionale. In questo senso, chiamarsi fuori dal TPP non appare la mossa più intelligente possibile. Ma non divaghiamo. Riuscirà Theresa May a comprendere che l’interesse nazionale americano non è quello britannico? Lo scopriremo presto. Nel frattempo, la premier ha deciso di riesumare tutto l’armamentario retorico della special relationship USA-UK, inclusi Reagan e Thatcher. “Siamo speciali, torniamo a guidare il mondo assieme”, è il senso dell’approccio di May. Non troppo realistico, a dirla tutta.

Visto che siamo così speciali non isoliamoci, please, è la supplica dell’inquilina del 10 di Downing Street. Siamo intervenuti nelle due guerre mondiali, guidato il Mondo Libero durante la Guerra Fredda, creato istituzioni multilaterali come Onu, Nato e FMI che ancora oggi hanno un ruolo nella pace nel mondo, pur se bisognose di qualche remake. Poi, May aderisce all’Agenda Trump nei punti relativi alla lotta al terrorismo islamista ed alla necessità di non appaltare la sicurezza del mondo libero ai soli Stati Uniti, ribadendo che il Regno Unito è l’unico paese del G20, a parte gli Usa, a destinare il 2% del Pil alla Difesa.

Quindi, riepilogando: il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda non si è realizzato, non c’è stato il dividendo della pace, USA e UK devono guidare il Mondo Libero senza ripiegarsi in sé stessi ma senza “esportare la democrazia”, perché anche regimi autoritari, al crescere della loro ricchezza, possono aprirsi alla libertà. E se non lo facessero, noi due, gli alfieri del Mondo Libero, dobbiamo restare assertivi sui nostri valori. Tutto ed il contrario di tutto ma si sa, la politica è l’arte dell’ipocrisia, oltre che del possibile.

Quindi, attenzione alla Russia: citando Reagan, “fidarsi ma verificare”. E proteggere i paesi baltici e dell’Est Europa, perché Putin deve capire che quello non è il cortile di casa sua né la sua “sfera di influenza”. Che dirà Trump, che forse già meditava su una nuova Yalta? May enfatizza l’esigenza di contenimento della “maligna influenza” dell’Iran in Medio Oriente ma al contempo elogia il pluriennale lavoro diplomatico che ha portato Tehran a dismettere il suo uranio arricchito e le sue centrifughe. Perché dobbiamo stare dalla parte “dei nostri alleati del Golfo”, anche se quelli di democratico hanno assai poco e si sono rivelati l’incubatrice del terrorismo islamista. Che dici mai, May? E sulla Cina? Come riuscirà la povera premier a conciliare la furia anticinese di Trump con i 40 milioni di sterline versati da Londra per partecipare alla banca multilaterale asiatica promossa da Pechino ed i suoi pellegrinaggi da commessa viaggiatrice (il prossimo a breve) per creare una nuova “special relationship” mercantile con il paese del partito unico?

Il Regno Unito ha “ripreso il controllo” dice May, ed in questo ruolo “difenderà” la Ue ed il suo futuro. Tradotto: occhio, Donald, non fare male al mio naturale mercato di sbocco, per ovvi motivi geografici, altrimenti con le pecore neozelandesi il free trade non sarà la stessa cosa, sembra suggerire May. Anche perché noi britannici siamo partner commerciale privilegiato degli Usa, e potrà andar solo meglio. A patto che Donald non si accorga che il Regno Unito ha un avanzo commerciale bilaterale con gli Stati Uniti, e non chieda compensazioni.

In breve, un disperato punta-tacco con unghie danneggiate a graffiare vetri che evidenzia alcuni punti. In primo luogo che è un serio problema, quando vuoi diventare il faro del libero commercio, dopo aver abbandonato la “prigione” europea, che però ti ha dato il benessere ed un boom commerciale, se ti trovi davanti un personaggio che sembra uscito da un romanzo di Orwell mutatosi in una sitcom. Hai voglia ad usare Reagan, Thatcher e tutti i milioni di morti dell’ultimo secolo. Tutto lo speech di May pare il disperato tentativo di convincere un bimbo pestifero a non far cadere per terra quella preziosa porcellana di famiglia per il gusto di vedere l’effetto che fa. Anche così, oltre che con l’ipocrisia connaturata alle relazioni internazionali, si spiega questo cerchiobottismo compulsivo che vede l’Iran come Satana sulla terra ed al contempo punta a difendere le note riproduzioni in scala ridotta di Westminster che si trovano nel Golfo Persico Arabico. Serve pazienza, molta.

Alla fine, si riuscirà anche a capire che l’ultranazionalismo porta impoverimento e conflitto. Ed ostacola strutturalmente le alleanze, cosa che i populisti europei scopriranno se arriveranno al potere. Parevano concetti acquisiti da tempo ma evidentemente non è così. Non esiste più l’internazionalismo liberale, e forse è un bene. Ma provate con l’ossimorico internazionalismo nazionalista, e poi mi direte.